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courtesy thenetworkeffect.io

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The Network Effect  è il nuovo esperimento on line di Jonathan Harris. Se l’ultima volta che ha costruito un progetto partecipativo, Cowbird, è riuscito a creare una comunità di narratori che ancora oggi continua ad inviare storie e a generare connessioni tra di loro, quello che ci mostra in questo lavoro è forse la controparte che vive e si muove anche su altre piattaforme, quelle ben più frequentate come YouTube, Facebook e Twitter.

Così, un po’ per gioco, visto che ero ispirata dalla lettura di Elizabeth Gilbert sulla paura della creatività, ho scelto di esplorare le parole EAT, PRAY, KISS (avrei voluto LOVE, ma non è un comportamento) per omaggiarla, e anche perché corrispondono alle azioni che forse più diffusamente ripetiamo nel corso della nostra vita. Anziché viaggiare tra i continenti mi sono persa nell’immaginario dei dati che produciamo e riversiamo costantemente on line e che Jonathan Harris, ha studiato, raccolto e brillantemente restituito. 

Quello che ne emerge è sconvolgente e straniante e ci invita a riflettere sugli effetti psicologici di Internet sull’umanità.

screenshot

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screenshot dal sito

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I comportamenti indicizzati sono 100 per lo più legati all’uso del corpo.

Il progetto è stato realizzato in collaborazione con Greg Hochmuth (producer, manager, data analyst di Google, Instagram e Facebook) ed è apparentemente infinito (in realtà i due creatori lo hanno abbandonato dopo 6 mesi di lavoro intenso). Sono stati raccolti 10.000 video da due secondi ciascuno riferiti alle singole azioni, 10.000 frasi registrate con il telefonino e raccolte tramite un form HTML che ripetono post e tweet letti sui social network e collegati alle azioni indicizzate. E ancora news, grafici, tabelle, milioni di dati presentati secondo l’estetica del data visualization attuale e la somministrazione di news continue, in stile Bloomberg. Tutto il progetto è stato concepito utilizzando strumenti open source e dati pubblici.

screenshot dal sito

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Il materiale è stato ordinato e adattato tramite FFMPEG , una library che permette di registrare e convertire file audio e video. E’ possibile risalire agli autori delle singole clip selezionate ed accedere direttamente ai video integrali su You Tube tramite la sezione Credits del sito. Anche con twitter la strada è stata quella del crowdsourcing. Tramite le sue API è stato possibile collezionare le definizioni legate al singolo comportamento attingendo dalle frasi che contenevano quella parola seguita da “is”, ad esempio “kissing is”. Gli autori sono in grado di costruire degli istogrammi con le definizioni dei diversi comportamenti in base alle diverse ore della giornata.

screenshot dal sito

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Harris e Hochmuth hanno assunto del personale da Amazon’s Mechanical Turk, un servizio internet di crowdsourcing che chiede a persone sconosciute di svolgere dei lavori, generalmente ripetitivi e meccanici, attraverso una piattaforma comune. Nel caso dei video ogni lavoratore è stato pagato 25 dollari per ogni elemento raccolto.

Per comprendere il contesto storico in cui tutti i dati sono stati raccolti è stato usato invece Google Books Ngram, un motore di ricerca alla base di Google Books che riesce ad analizzare la presenza di una singola parola o di una breve frase che la contiene nella letteratura scritta (ovviamente quella presente in Google Books e quindi parziale), in un intervallo di tempo che nel caso del progetto va dal 1900 al 2008 e solo su alcune lingue, prevalentemente quelle anglosassoni. A completare una visione frammentaria si aggiunge un tempo limitato di navigazione del sito, calcolato sulla durata della vita media del Paese dello spettatore, rilevata tramite l’indirizzo IP. Per l’Italia è di circa 8 minuti ed equivale a una vita media di 80 anni. Una volta concluso il conto alla rovescia il sito non è più accessibile per 24 ore.

Le sensazioni di ansia, frustrazione, sindrome di FOMO (fear of missing out) aumentano quando proviamo a decifrare i dati che ci vengono continuamente forniti. Ci viene detto che i Big data sono il futuro, addirittura che “I dati sono più intelligenti di noi”, per citare l’AD della Shenzen Valley, Jeffrey Kang. Per questo bisogna esporli in maniera perfetta, visivamente curata. Allo stesso tempo la sensazione che se ne ricava è quella della non leggibilità, quasi di un’assenza di significato e di una grande difficoltà di interpretazione.

Altra componente fondamentale di questo lavoro è il voyeurismo, accentuato da un sonoro che sembra sussurrare segreti: sono i tweet che contengono la parola da noi scelta e individuati durante la ricerca o semanticamente legati all’azione che stiamo osservando. Sono stati letti dagli stessi data analyst che hanno partecipato al progetto.

Lo scenario è quello di un’umanità a connessione totale, dove sembrano essere sparite la privacy e la solitudine, intese invece come condizioni necessarie per una profonda conoscenza di noi stessi. Sospesi e un po’ frastornati dopo la nostra breve navigazione su The Network Effect, si è tentati dal credere che Harris intenda dare supporto alle tesi distopiche di Morozov e alla sua “net delusion” laddove, nonostante le idiosincrasie che la rete produce, lo stesso autore riconosce Internet come un posto da rendere sempre migliore, una forza miracolosa piena di belle potenzialità.

screenshot dal sito
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Scrive Harris: « Dopo aver navigato non ci sentiamo più felici, più appagati o più saggi. Siamo invece più ansiosi e distratti. Speriamo di trovare noi stessi ma dimentichiamo chi siamo, cadiamo spesso in una dipendenza da clic. […] Abbiamo bisogno di tempo, spazio e silenzio per ricordare chi siamo e chi possiamo diventare.» Quest’ultimo lavoro scaturisce da un blocco creativo durato un paio di anni dopo Cowbird, così come egli stesso racconta in maniera molto aperta e sincera su The Transom Review. Questo aspetto non credo sia secondario nel suo modo di osservare e attraversare i media digitali. La relazione tra l’essere umano e l’esperienza creativa passa anche dalla paura e da quanto la nostra creatività ci spaventa, scrive la Gilbert nel suo ultimo libro come citavo all’inizio.

Harris questa tensione sembra viverla sulla propria pelle e ce ne restituisce le sensazioni comuni, nel nostro rapporto con il quotidiano e con la nostra esistenza digitale. Tempestività contro atemporalità, effimero contro duraturo, distrazione contro attenzione.  Nel suo diario-confessione le ultime parole sono un’esortazione a tutti e prima di tutto a se stesso: cercare dentro di sé il bambino che si era a 10 anni, ricordare cosa faceva, rifare con gioia quello che la sua creatività allora non temeva.

The Network Effect è in concorso all’IDFA DOC LAB 2015 di Amsterdam nella sezione che esplora la realtà virtuale, la narrazione interattiva, la data art, il giornalismo multimediale e le installazioni immersive.

Questo articolo è apparso anche su Emerging Series il 27/10/2015.

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m&b firenze

Riporto qui il mio storify della conferenza di Firenze, tenutasi tra il 18 e il 21 febbraio di quest’anno, perché non si può più pensare di non affrontare il tema del digitale anche riferendosi al patrimonio culturale italiano.

Concetti e riflessioni come open data, accesso libero alle collezioni, ri-uso dei materiali, engagement, differenza di pubblici, smart tour sono già al centro del lavoro di diversi musei e istituzioni culturali nel mondo e, per fortuna anche in Italia. Seguiteli, abbiamo bisogno di best practices, da seguire , replicare e reinventare.

Ho rincorso Henry Jenkins questo mese nelle tappe italiane delle sue conferenze sul transmedia e finalmente ho potuto ascoltarlo al Dams di Bologna il 27 giugno.

Il suo intervento non ha tradito le mie aspettative ed è stato illuminante rispetto al significato del termine transmedia, con cui intende un processo narrativo in cui gli elementi di una storia si disperdono sistematicamente su più media con il preciso intento di creare un’esperienza unitaria e coordinata. Idealmente, ogni media dona il suo contributo allo sviluppo di una storia.

Altra riflessione interessante è emersa a seguito di una domanda del pubblico sul confronto tra interattività e partecipazione, dove la prima si riferisce comunque a processi pre-definiti e controllati dall’industria dei media, mentre alla seconda appartiene un reale coinvolgimento del pubblico, che si appropria di un contenuto, lo fa suo, lo remixa e lo restituisce modificato e arricchito.

Se volete approfondire leggete il bel compendio che ha fatto della conferenza Wu Ming 1 [qui]

Dal loro sito è possibile ascoltare anche l’audio integrale della conferenza e le Q&A.

Se volete conoscere meglio le tesi di Jenkins questo é il suo blog.

Dal mio blog potete leggere una sintesi (perdonate la traduzione forse in alcuni passaggi un pò letterale) delle tesi contenute nel suo nuovo libro in uscita il prossimo autunno Spreadable Media: creating meaning and value in a networked society [qui]

L’intervento integrale e in lingua originale è invece disponibile qui: http://henryjenkins.org/2009/02/if_it_doesnt_spread_its_dead_p.html/

Sono ancora in compagnia di Anna Nevander (Kore film and transmedia), in una fredda sera di febbraio a Torino, quando dopo aver parlato del suo impegno al Fipa, mi racconta come si è avvicinata al transmedia, termine con il quale non intende il poter declinare una storia su più piattaforme, bensì le infinite possibilità di parlare di un tema, affrontarlo da diversi punti di vista, offrire al pubblico interessato, modi e prospettive differenti. E quindi coinvolgerlo, spingerlo a raccontarsi, a entrare a far parte di un processo.

E lei, attrice di cinema, oltre che cantante lirica e produttrice, non poteva che iniziare con la recitazione. Con un gruppo di amiche attrici decide un giorno di mettere in piedi uno spettacolo, partendo da una sceneggiatura molto semplice che pian piano, proposta al pubblico, assume i contorni dell’improvvisazione: una farsa su Facebook, luogo che a questo genere si presta perfettamente.

La piéce si chiama  Älskar Älskar Inte, M’ama non m’ama in italiano. La tramasi dipana tra le bacheche di tre buffi quanto stereotipati personaggi, Bella una segretaria con la mania della moda e che vorrebbe essere una popstar , Clark il suo fidanzato, un investigatore privato di poco talento nel lavoro ma che riscuote successo con le donne ed infine Elizabeth, il capo di entrambi, un’avvocatessa senza scrupoli della nobiltà svedese, sprezzante nei confronti di chiunque non appartenga al suo stesso rango sociale.

Clark e Bella si incontrano e si conoscono negli uffici di Elizabeth. Dopo una breve ma intensa relazione, l’investigatore molla Bella semplicemente alterando il suo status in bacheca, da “impegnato” a “single”. La ragazza non regge il brutto colpo e decide di sparire per un po’, ma sebbene si allontani fisicamente da lui, pretende di essere una presenza costante nella sua vita tramite i post sulla sua bacheca. La farsa si tinge di giallo quando Bella non si presenta più al lavoro in coincidenza con la scomparsa di 10 milioni di corone di proprietà della società di Elizabeth.

Come nelle più classiche delle storie, il potente di turno sospetta della persona a lei più vicina, la segretaria, e approfitta del debole che l’investigatore/dipendente nutre nei suoi confronti, per spedirlo alla ricerca della donna che lui non vuole più. Lui per conquistare la sua nuova “bella” deve in-seguire la ex fidanzata (che finge di essere in viaggio ma è comodamente seduta davanti allo schermo del pc di casa sua). Clark attraversa l’Europa lasciando tracce in post, aggiornamenti di stato, pubblicando foto e video del suo itinerario, colleziona flirt e spera di ritrovare Bella, la quale dal suo wall finge di essere a fianco di un misterioso e seducente sudamericano.

Lo spettacolo si svolge nell’arco temporale di 15 giorni, con precisi appuntamenti per il pubblico di Facebook tre volte al giorno. Bella, Elizabeth e Clark aggiornano il loro stato interagendo con i commenti del pubblico. Sulle loro bacheche si leggono le puntate di questa soap/commedia a cui gli “amici” (circa un centinaio di persone hanno partecipato all’esperimento) sono chiamati a partecipare. C’è chi si affeziona ad un personaggio particolare e a suon di “like” lo incoraggia, commenta e condivide con lui stati d’animo e persino link da you tube di canzoni che ne amplificano gli stati d’animo.

Un po’ farsa, un po’ soap, sfacciatamente fake, M’ama non m’ama attinge alla tradizione dell’improvvisazione teatrale. Le attrici pur conoscendo i temi e le caratteristiche della storia, sono continuamente esposte all’interazione con il pubblico che immediatamente reagisce ai loro post e ne condiziona lo sviluppo.

E in questo continuo match di creatività e rapidità di risposte, Facebook si erge a ruolo di “arbitro” o meglio di “presentatore” lungo tutto il corso dello spettacolo, facendo da collante tra le attrici e il pubblico. Entrambi nascosti dietro le proprie bacheche a casa, indossano una doppia maschera, sono due volte attori e due volte pubblico.

M’ama non m’ama fa così il verso al popolo dei social network, cioè a noi tutti, e ci impone di pensare alla nostra “second life” sulla rete, in cui è sicuramente presente una buona dose di teatralità mista in certi casi a smisurata vanità. Chi siamo oggi e chi eravamo prima di Facebook e dei social network ?

Sul web è ormai cambiato il concetto di identità. Non esistono più identità rigide né dispositivi di identificazione , o per lo meno e forse per poco, è ancora così. Tanto vale approfittarne e giocarci.

Apre oggi a Barcelona Museum Next 2012, la più importante conferenza a livello europeo sugli scenari museali e il rapporto con nuove tecnologie.

Tantissimi gli appuntamenti previsti con la presenza di importanti istituzioni e realtà di ricerca internazionali: Smithsonian Institution, TATE, MoMA, Walker Art Center per citarne alcuni.

Gli interventi ruotano principalmente intorno al rapporto tra il pubblico e l’istituzione museale attraverso l’uso del web, dei social media, delle tecnologie mobili fino alla realtà aumentata.

Sarò presente all’evento e racconterò via Twitter e Facebook le conferenze a cui parteciperò.

Seguitemi su @ornellacostanzo

Io twitterò in italiano per voi da #museumnextbarcelona

L’hashtag ufficiale dell’evento è: #museumnext (in inglese)

Si comincia stasera nella splendida cornice del Museu Picasso con un focus sulle collezioni museali nell’era digitale con la partecipazione della National Gallery (Uk), Amsterdam Museum (Paesi Bassi) e Museu Picasso Barcelona (Spagna).

Un’ introduzione per veri appassionati. Il primo post di questo blog è rischioso, non contiene elementi accattivanti o divertenti, non sono immediatamente disponibili video o esempi di progetti crossmediali da esplorare. Ci sono dei riferimenti culturali e di studio. La lettura richiede tempo, interesse, passione.

Ho deciso di partire dal mio principale riferimento culturale in materia: gli studi del Professore Henry Jenkins, Rettore e Professore di Comunicazione, Giornalismo e arti digitali della UCLA, l’Università della California del Sud.  Ha coniato il termine transmedia  nel suo appassionante Cultura Convergente edito in Italia da Apogeo con una prefazione di Wu Ming.

A distanza di quasi sei anni , in attesa dell’uscita del suo prossimo libro negli Usa “Spreadable Media, creating value and meanings in a networked society”, i suoi studi sulla cultura e sulle modalità partecipative proseguono e si concentrano sul concetto di “spreadabilty”,  la capacità di diffusione  e di circolazione delle idee.

Di seguito i link delle otto parti di una carte blanche sviluppata dal Convergence Culture Consortium sull’argomento, anticipazione delle teorie e degli studi contenuti nel  saggio di prossima pubblicazione. Per chi non volesse leggere tutto può scegliere di ascoltarne un estratto in una conferenza tenutasi al MIT di Boston nel novembre scorso.

If doesn’t spread it’s dead (part one)

Partendo da una breve ricognizione sul significato di virus e di meme, facendo riferimento alle teorie di Richard Dawkins, Jenkins prova a rovesciare il paradigma su cui si basa la memetica che vuole la diffusione delle idee,  avvenire tramite processi di imitazione, con una componente di autoreplicazione analoga a quanto succende nella genetica.

Jenkins ha un vantaggio su Dawkins, scrive e vive nell’epoca del 2.0 e quindi suggerisce che la diffusione di certi materiali (in special modo sul web) avvenga perché per le persone assumono un significato. La comprensione dei fenomeni culturali deve considerare due fattori di cui la memetica non ha tenuto conto: la scelta dell’uomo e il mezzo attraverso cui le idee vengono diffuse. Molte delle idee che circolano prescindono dalla loro forma originale:  le persone le usano, le riadattano, le lavorano a secondo di personalissimi bisogni e del contesto in cui vivono. Ed è questo principio di adattabilità  che permette la creazione di nuovi significati, poiché le persone utilizzano i mezzi (e le idee) a loro disposizione per spiegare il mondo che li circonda.

If It Doesn’t Spread, It’s Dead (Part Two)

Le contraddizioni che ruotano attorno ai termini “meme” e “virus” sono lontane dall’essere risolte poiché supportano false convinzioni su come la cultura funzioni e agisca, stravolgono il rapporti di potere e gli equilibri della relazione tra produttore e consumatore, in un momento in cui le media companies e l’industria dovrebbero imparare a rispettare di più il ruolo che i consumatori rivestono nella circolazione e nella diffusione di significati legati ai loro prodotti. Per questo Jenkins propone un altro termine: spreadable ovvero spalmabile e ridefinisce l’idea di contenuto, il ruolo di fan/audience, i modelli di produzione e il rapporto tra consumatore/produttore.

La sua proposta parte dalla comparazione di due diversi approcci da parte dei media nei confronti degli utenti: quello sticky ovvero “appiccicoso” e quello spreadable, appunto “spalmabile”.

Amazon e E-bay rappresentano il trionfo del primo modello in cui l’estrema personalizzazione del media insegue e concretizza la capacità di tenere incollati gli utenti ad un’unica piattaforma. La trasformazione del contenuto è preclusa,  l’interattività è strutturata a priori.

La “spalmabilità”, da qui in avanti spreadability,  è indicata invece come condizione necessaria per la sopravvivenza di un contenuto. L’utente è un “moltiplicatore” a cui è fornita la possibilità di intervento in una struttura non determinata (open-ended participation), necessariamente multi-piattaforma, in cui il confine tra produttore, creatore e utente sfuma gradualmente fino a sparire e a rendere difficile risalire ai ruoli di ognuno.

If It Doesn’t Spread, It’s Dead (Part Three)

I consumatori non consumano semplicemente, consigliano prodotti ad amici che a loro volta condividono con altri amici e così via. Niente genera valore nell’era digitale se la transazione non è vista come significativa da tutti i soggetti coinvolti, produttore e consumatore inclusi.

I ruoli di uno scambio economico sono retti da implicite consuetudini riconosciute nelle categorie di “giusto” e “legittimo” da entrambe le parti coinvolte.

E’ quella che si definisce “economia morale” e che si misura nel grado di fiducia che le parti nutrono l’una verso l’altra.

Con l’avvento dei media digitali si configurano nuovi modelli e nuovi scenari. All’economia del prodotto alimentata da valori commerciali si sostituisce l’economia del dono basata su valori sociali. L’economia del dono (gift economy)  è centrale in tutte le relazioni che si stabiliscono sul web.

If It Doesn’t Spread, It’s Dead (Part Four)

Nell’economia del dono le relazioni tra le parti sono basate sull’assoluta reciprocità del dare e del ricevere. Concetti come “status”, prestigio e stima prendono il posto della remunerazione in altri modelli economici.

Nell’economia del prodotto tutto ha un prezzo. In quella del dono tutto ha un valore.

Molti sono gli artisti che si riconoscono in queste dinamiche poiché in cerca di un riconoscimento, desiderosi di incidere culturalmente nella società esprimendo i propri messaggi. Altrettanti sono quelli invece che vedono la libera circolazione delle loro opere all’interno di  una cultura partecipativa come una perdita di controllo del processo artistico, oltre che una minaccia economica.

Come l’economia del dono si muove sui social network, dove potenzialmente tutti siamo interpreti del sentire comune e contribuiamo ad un processo di valutazione e classificazione collettive di un prodotto culturale, determinandone anche i tempi e i modi di circolazione.

If It Doesn’t Spread, It’s Dead (Part Five)

Non siamo più semplicemente pubblico. Molti si affannano a definirci “loyals” (fedeli), “media-active” (attori mediatici), “prosumer” (produttori-consumatori), “inspirational consumers (consumatori ispiratori), “connectors” (connettori), “influencers” (influenti).

La domanda oggi è come gli individui scelgono di comportarsi in una società connessa e che tipo di strutture sociali supportano meglio la diffusione di certi contenuti.

Le persone decidono di essere parte attiva di un processo partecipativo in modi molto diversi e con ruoli non sempre cristallizzati, passando da un’attitudine più passiva in alcune occasioni  per finire col pubblicare ciclicamente contenuti originali, in altre situazioni.

Le persone sono inoltre membri di comunità on line, definite “spazi di affinità “, di cui si riconoscono diverse categorie: le pools (in cui le relazioni tra i membri non sono vicine ma determinate da una forte motivazione comune o da una causa. La maggior parte delle brand community o dei gruppi legati ai partiti politici sono pools), i webs (comunità organizzate su connessioni sociali individuali relativamente vicine. I legami tra i membri sono più forti anche se le azioni sono decentrate), gli hubs (i legami sociali sono molto blandi ma ci si riconosce attorno ad una figura centrale, è il caso dei fanclub).

E’ importante rilevare, sottolinea Jenkins,  come le comunità non vengano create, esistano già. Bisogna solo metterle in contatto tra di loro.

If It Doesn’t Spread, It’s Dead (Part Six)

Un contenuto si diffonde non sulla base di quello che rappresenta per un singolo individuo ma grazie al valore percepito all’interno di una comunità o di un gruppo. Durante la sua diffusione il produttore originale non sempre può stabilire tutte le sfaccettature di significato che il suo prodotto assumerà perché non è in grado di controllare il contesto all’interno del quale circolerà. I significati si stratificheranno man mano che la diffusione aumenta lasciando che  l’interpretazione prenda il sopravvento sul significato originario.

Quando un prodotto culturale da cultura di massa diventa cultura popolare? Quando ascoltiamo una canzone in un videoclip siamo in presenza di un prodotto culturale di massa. Quando la stessa canzone la canticchiamo sotto la doccia è diventata cultura popolare. Per dirla in un altro modo: quando il contenuto è sotto il controllo dei produttori siamo nella sfera della cultura di massa. Quando diventa manipolabile dai consumatori è cultura popolare.

Jenkins conclude che non possiamo creare contenuti culturali popolari con processi top-down (calati dall’alto), ma al contrario seguendo processi dal basso in cui si stabilisca una relazione con il media che non sia semplicemente di consumo o produzione, ma un’attiva negoziazione tra i due.

If It Doesn’t Spread, It’s Dead (Part Seven)

Qui Jenkins passa in rassegna le caratteristiche che un contenuto dovrebbe avere per diventare virale: humour, essere la parodia di qualcos’altro, avere un buon livello di ambiguità che possa spingere le persone a saperne di più e a trovare le eventuali risposte attraverso la collaborazione di altri.

E poi ci sono gli unfinished content, quei contenuti che restano volutamente aperti perchè possano essere completati creativamente dagli utenti.

E ancora sulla gift economy come qualcosa che ha a che fare con la nostalgia e con la sopravvivenza stessa della comunità in cui ci si riconosce.

If It Doesn’t Spread, It’s Dead (Part Eight)

Quali sono gli elementi positivi degli spreadable media, chi ci guadagna usandoli, chi ci perde e perchè?

Le persone vogliono avere un ruolo attivo nel delineare il flusso di informazioni dei media all’interno del proprio quotidiano e delle comunità che frequentano. Siamo in presenza di un “groundswell” un coro, un’ondata, un movimento che non può essere fermato, al contrario va inseguito o assecondato.

Sono cambiati definitivamente i rapporti di potere tra le media companies e i consumatori. Nuovi scenari si stanno configurando e le media companies devono necessariamente scegliere che strade imboccare se vorranno ancora incidere sulle trasformazioni del paesaggio mediatico futuro. Per fare ciò devono rinunciare ad una parte del loro controllo in virtù di un rapporto più profondo con l’utente.