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Mi viene in mente la celebre frase di Charlie Brown, parafrasandola, al termine della giornata di lavori a Base Milano, organizzata da Fondazione Cariplo, in collaborazione con Fondazione Fitzcarraldo  nell’ambito di IC3, il programma della Fondazione Cariplo per l’accompagnamento alla creazione di imprese culturali nonprofit capaci di sviluppare beni e servizi innovativi per la valorizzazione e la condivisione del patrimonio storico-artistico.

Dopo gli incontri e le presentazioni dei rappresentanti delle Istituzioni culturali invitate, i tavoli di lavoro che vedono organizzati in gruppi, operatori del settore, curatori, aziende e facilitatori, mi trovo a riflettere su alcuni elementi emersi durante i nostri confronti. L’idea di base è forte, mettere a confronto su un terreno neutro tutti gli attori culturali per parlare di esigenze concrete legate alla vita e alla fruizione dei musei e provare a immaginare insieme soluzioni, proposte e servizi al museo stesso e al suo pubblico.

Tempo e risorse non sono ostacoli in questo caso, siamo nel campo della riflessione e dell’immaginazione, guidati da un facilitatore, una figura che sarebbe da inserire in ogni contesto simile.  Mi rendo subito conto, dopo anni di lavoro nella progettazione di percorsi museali, di quanto sia importante una figura di filtro nel dialogo, nella riflessione, nel focalizzarsi sui veri obiettivi del progetto. In assenza del facilitatore, forse bisognerebbe impararne le tecniche e la metodologia e provare così a farne tesoro nei momenti reali di progettazione, quando invece tempo e risorse diventano sfide o limiti con cui confrontarsi.

Al nostro tavolo ci sono i rappresentanti di due progetti dell’incubatore IC3, Occultum e TuoMuseo, la Fondazione Musei Civici di Venezia, l’Associazione delle Residenze Reali Europee di Versailles e il MAXXI di Roma.

Tra i vari temi e bisogni dei musei emergono: la diversificazione dei pubblici e la necessità di essere attraenti per visitatori con esigenze e desideri diversi; la personalizzazione della visita, ovvero la possibilità di rendere unica la fruizione di ciascun utente, soddisfacendo così il desiderio di protagonismo soprattutto dei più giovani, in una logica che ricorda molto il cambio di paradigma dei consumi culturali tipico delle piattaforme web; l’equilibrio tra museo territoriale e museo a vocazione turistica, è il caso di Venezia dove ad esempio solo il 3% dei visitatori è un residente della città. Il contrario è vero invece per il MAXXI che è un museo della città, inserito in un dialogo con il quartiere Flaminio. Una cosa che mi colpisce molto è sentire dai musei che persino gli studenti di arte e di materie umanistiche- che dovrebbero essere tra i visitatori assidui nella fascia di pubblico più giovane- non frequentano i musei.

Per la nostra “sfida “scegliamo di focalizzarci sulla valorizzazione dei patrimoni nascosti dei musei e sulla possibilità di attrarre il pubblico under 25 e insieme immaginiamo un progetto che possa offrire un’opportunità di apprendimento per futuri curatori e che al termine dei lavori, condividiamo con gli altri gruppi.

La giornata è stata intensa e ricca di interventi che provo a riassumere recuperando una serie di appunti e di tweet in rete che ho salvato durante la conferenza, come promemoria e per approfondimenti futuri.

Serena Bertolucci, Direttrice del Palazzo Reale di Genova-Polo Museale della Liguria racconta come i musei possano essere istituti di cittadinanza e di governance del territorio.

Nella sua attenta osservazione dei pubblici del Polo che dirige, osserva come ci sia tra i più giovani una difficoltà di interpretazione già del primo livello di lettura di un’opera, quella del riconoscimento del soggetto nel caso di un’iconografia religiosa o di tipo mitologico. E’ un tema da tenere molto presente se si considera la vastità del patrimonio artistico italiano dedicato a questi soggetti. Chi sarà in grado di leggere e di capire le nostre opere in futuro? Come sapremo riconoscerci in esse e per quali ragioni, come possono parlare ai giovani cittadini di oggi e a quelli di domani, molti provenienti da origini culturali diverse?

In maniera sapiente si interroga anche su come vengono veicolate le informazioni sulle opere nei musei, quanto siano comprensibili i testi che vengono scritti nelle sale per accompagnare la visita. Cita gli studi di Tullio De Mauro sulla comprensione del testo facendo riferimento al Vocabolario di base della Lingua Italiana (VdB) del 1980. Secondo gli studi di De Mauro se in un testo si utilizzano le parole tratte dal VdB il testo sarà comprensibile dal 90% delle persone. Più è alto il numero di parole che non fanno parte del VdB più sarà basso il numero di persone in grado di comprendere il testo. Per i linguisti, ma per chiunque si occupi di divulgazione , uno strumento utile è sicuramente l’indice di Gulpease e la sua relativa tabella.

Un altro punto su cui si sofferma è la necessità di recuperare il patrimonio immateriale costituito dalle relazioni che si costruiscono attorno a un museo, soprattutto nel caso di istituzioni storiche e immerse nel contesto cittadino. E’ così che è nato un ambulatorio pediatrico in un immobile di Palazzo Reale, nel frattempo si cerca un dialogo con le attività commerciali tradizionali del tessuto urbano e tra i progetti in fieri c’è l’apertura di un’accademia della musica. Il museo diventa sempre di più un attore sociale e si propone come parte attiva di un welfare di comunità.

Giovanni Crupi racconta invece l’esperienza del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano “Leonardo Da Vinci”, che da anni ha deciso di investire sulle persone- il personale interno è cresciuto da 36 a 100 dipendenti- e si riconosce come luogo di convergenza dei saperi, aperto alla progettazione all’esterno con l’obiettivo di offrire formazione per le competenze del futuro, e quindi pensiero critico, resilienza, adattabilità, creatività. L’invito è quello di portare l’innovazione all’interno del museo, che in questo caso ha le porte aperte a quanti vorranno proporre progetti.

 

Segue Barbara Minghetti, Presidente del Teatro Sociale di Como, che riesce a parlare di opera oggi a un intero territorio, partendo dai bambini e dagli adolescenti con il progetto Opera Domani  con il coinvolgimento delle scuole e la formazione degli insegnanti.

Tra gli altri progetti presentati, 200.com nato per festeggiare i duecento anni del Teatro Sociale e che ha riguardato l’intera città nella formazione di un coro che prende parte alla realizzazione di un’opera, con ritrovi settimanali di canto collettivo, riscoprendo la musica come forma democratica di partecipazione.

Matteo Zauli, Direttore del Museo Carlo Zauli di Faenza è partito dall’importante collezione artistica del padre, l’ha valorizzata e ha trasformato il museo a lui intitolato in centro di produzione di ceramica artistica contemporanea. Da museo privato a museo del territorio, luogo di laboratori, temporary shop, fablab, sede di festival musicali.

Chiude la sessione plenaria l’esperienza di Dolomiti Contemporanee un esempio avvincente di rigenerazione di siti industriali nelle Dolomiti, che in pochi anni hanno recuperato 20 spazi coinvolgendo il territorio, gli enti pubblici, aziende di tutte le dimensioni, ditte, ripartendo non da grossi investimenti di denaro ma dalle idee. Gianluca D’Incà Levis racconta come sia riuscito a rompere la stereotipia della rappresentazione dello spazio e del paesaggio montano, facendo breccia nella ritrosia di un ambiente culturale inizialmente inerte, tenendo lontane vecchie prassi come la monumentalizzazione del sito industriale e lavorando sulla cultura come strumento concreto e efficace di comunicazione del territorio. Dolomiti Contemporanee sono una vera e propria “arrampicata” culturale, come dice un’espressione dal gergo della montagna, ha “aperto vie” laddove sembrava non si potesse procedere, ha valutato concretamente se valesse la pena recuperare il sito per riaccenderlo di vita e di partecipazione.

L’ultima recente “accensione” riguarda un ex colonia per bambini nel Villaggio Eni ideato da Enrico Mattei, Progetto Borca è un disegno articolato che intende sostenere una ricerca artistica e culturale, con la creazione di residenze d’artista internazionali e attraverso queste e molte altre attività, ripensare la funzione di questo grande sito. Con l’arte contemporanea stanno costruendo nuove visioni sui luoghi coinvolgendo architetti, scienziati, creativi, innovatori, studenti guardando al futuro, lontani dagli sguardi contemplativi e nostalgici del passato.

 

 

da animaBiriki.com

da animaBiriki.com

 

Biriki è un uccellino che attraversa la vita con i suoi occhi grandi e la sua coda a forma di cuore. Sogna voli colorati e nella sua prima avventura scopre l’arcobaleno e la capacità di emozionarsi giocando con i colori.

Le avventure di Biriki, che nascono prima come libro dalla mano e dalla poesia di Bruna Ferrazzini, stanno per diventare una serie televisiva per la RSI (Radio Televisione Svizzera Italiana) di animazioni per bambini nella prima infanzia, i cui protagonisti sono l’uccellino e il suo universo naturale. La prima puntata è già stata girata, ma altre storie saranno scritte e raccontate a partire dai laboratori e dai workshop che sono stati fatti in giro per il mondo, in musei, scuole, festival e associazioni, da New York a Parigi, fino a Lampedusa.

Ogni storia nasce dall’osservazione dei personaggi e della natura, cercando di unire il mondo analogico con quello digitale.

animaBiriki è un progetto artistico e etico che vuole insegnare con leggerezza ai bambini il rispetto per l’uomo e per la natura. Il suo volo tra le esperienze semplici del quotidiano accrescono lo spirito del coraggio, la scoperta delle differenze, lavorando sui concetti di tolleranza, rispetto e autostima.

Il corpo di Biriki è fatto di forme geometriche semplici e bidimensionali, che si prestano facilmente all’animazione e al gioco della scomposizione e della metamorfosi in altre forme. Il suo mondo ha invece la profondità di campo e la matericità del nostro mondo reale. Il suo pianeta è nato nell’Orto degli Aromi di Milano, l’arcobaleno, le nuvole e la pioggia sono effetti “speciali” che rimandano ai trucchi del precinema.

da animaBiriki.com

da animaBiriki.com

Oggi 20 novembre si celebra la Convenzione Internazionale per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e Biriki, in collaborazione con Amnesty International Italia, farà compagnia a tanti bambini in diversi laboratori tra Milano e la Svizzera italiana con il progetto “Adotta un diritto”.
adotta un diritto

Per chi non potrà partecipare ai laboratori è disponibile un kit on line con cui si può costruire un amico di Biriki, conoscere e scegliere il diritto che piace di più e rispedirlo all’uccellino che si occuperà di diffonderlo il più possibile.

animaBiriki è un progetto di Bruna Ferrazzini e Ilaria Torba, prodotto da Cinedokké e RSI Radiotelevisione Svizzera in collaborazione con Amnesty International.

Immersività, big data, partecipazione, tempo, globalità, navigazione, informazione, tecnologia, gioco, pubblici. Alcuni elementi su cui riflettere nello scenario del documentario interattivo.

Tom Perlmutter, ex direttore del National Film Board of Canada e autore della trasformazione dell’Istituto canadese in uno dei maggiori player di contenuti digitali al mondo, soprattutto nel campo del webdocumentario interattivo, è stato ospite del Sunnyside of the Doc con un intervento dal titolo “The interactive documentary: a transformative art form”, poi ripreso anche da Policy Options, il blog dell’Institute of Research on Public Policy di Montréal, in Canada.

Dal sito del Sunnyside of the Doc 2014

Dal sito del Sunnyside of the Doc 2014

Perlmutter traccia un excursus sulla storia e la tradizione del documentario sin dai tempi della nascita del cinema e immagina nuovi scenari, riferendosi in maniera particolare alla narrazione interattiva e digitale e alle sue possibili declinazioni.

Ho tradotto e riadattato, sintetizzandone alcuni passaggi, il suo pensiero che trovate nella versione integrale su Policy Options.

«Il documentario, rispetto alla fiction, è un mezzo di gran lunga più potente nel coinvolgimento del pubblico e ha sempre esercitato una maggiore libertà di espressione in forza della sua indipendenza dalle forme codificate dell’industria dell’intrattenimento. Dalle sue forme e dai suoi linguaggi non è stato estromesso l’incontro con il fantastico, senza che per questo ne soffrisse quell’ostinata ricerca della verità, che è un modo di guardare il mondo che nessun altra forma d’arte è riuscita a replicare.»

«Fondamentale è il suo ruolo sociale; spesso i documentari hanno contribuito alla crescita della sensibilità del pubblico rispetto ad alcune tematiche, come i problemi ambientali, la salute e le ingiustizie sociali, i tabù come la malattia mentale, l’omofobia, le discriminazioni verso le minoranze etniche, ecc.»

«Il documentario si è adattato al cambiamento dei tempi e alle nuove modalità di produzione e distribuzione più facilmente della grande industria cinematografica, con l’uso della 16 mm ha dato vita al cinema-verité e di qui all’attivismo cinematografico, progenitore del citizen journalism

«Il documentario ha sempre attraversato i cambiamenti tecnologici, e grazie ad un rapporto privilegiato con il suo pubblico, ha saputo creare significato sociale in grado anche di incidere sulla realtà. L’avvento di internet, della rivoluzione digitale, l’uso della narrazione interattiva non è semplicemente un’estensione dei media lineari, è qualcosa di totalmente nuovo e può essere accolta come una vera e propria forma d’arte. La prima dopo un secolo», dice riferendosi alla nascita del cinema (NdT).

«Si stanno sperimentando diverse forme di narrazione documentaria per le quali si utilizzano termini come interattivo, transmedia, crossmedia, multipiattaforma. La sola esistenza di diverse nomenclature testimonia la vitalità del momento e del settore. Non mancano le resistenze, soprattutto da parte dei documentaristi tradizionali, dovute in parte alla pervasività della tecnologia e all’aumento delle competenze richieste per la realizzazione di un prodotto, ma il documentario interattivo non eliminerà quello classico, così come la fotografia non ha ucciso l’arte, il cinema non ha ucciso il teatro, la televisione non ha ucciso il cinema».

«Nell’evoluzione del documentario interattivo siamo oggi al punto equivalente con l’invenzione della cinepresa nella metà XIX secolo e con la nascita del cinema 20 anni più tardi. In quell’intervallo di tempo sono state messe a punto le tecniche che hanno poi definito le pratiche artistiche del film : il montaggio, le carrellate, la doppia esposizione e cosi via. Oggi guardiamo un film e abbiamo già interiorizzato quel linguaggio, lo riconosciamo, lo sappiamo leggere. E lo dobbiamo ai grandi pionieri del cinema come Dziga Vertov, Sergej Eisenstein, George Méliès, DW Griffith».

Il ruolo del pubblico oggi

«Il pubblico oggi può decidere il suo livello di coinvolgimento e questo costituisce una variabile profondamente inquietante per i creativi, che hanno sempre operato in ambienti in cui era possibile controllare il lavoro e la sua relazione con il pubblico. Di questa nuova relazione se ne possono scorgere anche le implicazioni politiche e economiche, laddove governi e industria sono abituati ad agire in sistemi di distribuzione chiusi o con elevate barriere di accesso all’ingresso».

«L’apertura al pubblico può essere letta, ad un livello molto elementare, come “scelta del consumatore” perché la totale perdita di controllo è vista e vissuta come destabilizzante. Ma data la natura sempre più instabile del pubblico, che a secondo del livello di coinvolgimento può essere più o meno attivo, definendosi in alcuni casi come attore e motore di un’azione o di un contenuto, il documentario e le sue forme possono ricoprire un ruolo sempre maggiore in futuro, in funzione anche della crescita esponenziale della popolazione globale connessa a internet».

«Il tasso della popolazione mondiale connessa a internet è del 39% secondo i dati del 31 dicembre 2013. In Africa il tasso di crescita è stato di più del 5000% nel periodo 2000-14. In Cina Tudou, il sito di streaming video più popolare del Paese vanta 70 milioni di visitatori unici al giorno. In Brasile l’87 % degli utenti collegati in rete guarda video online, i canadesi sono tra gli utenti dell’Internet più connessi e più impegnati a livello globale, con una media di 35 ore al mese di navigazione.»

«E’ sempre più evidente che i media sociali, l’interattività e l’offerta del video on line sono gli ingredienti di una forza sociale molto potente. Il Pew Research Center, un think tank apartitico con sede a Washington DC sta cercando di prevedere come sarà la vita digitale nel 2025, quindi tra soli 10 anni. La maggior parte degli esperti ha convenuto che stiamo costituendo delle reti neurali globali.»

Impatto e conseguenze sull’organizzazione sociale.

«Il pubblico non è solo connesso ma compie anche delle continue attività di apprendimento. Si pensi alle apps ad esempio, ci insegnano ad interagire con lo strumento tecnolgico e a leggere e a introdurre costantemente informazioni sui device. Si parla già da tempo di Internet delle Cose, di tecnologie indossabili, arriveremo ad un punto in cui non saremo in grado di separare il mondo dai media e i dispositivi influenzeranno ogni aspetto della nostra vita, finanziaria, la salute, l’istruzione, le relazioni. Stiamo attraversando una trasformazione epistemologica della comprensione del mondo.» e probabilmente un cambiamento di specie, si legga a questo proposito l’ultimo romanzo di Dave Eggers, “ Il Cerchio”. Qui riporto una bella recensione di Carla Benedetti per Il Primo Amore.

«Gli scenari descritti costituiscono una sfida per i registi tradizionali e aprono ad un confronto nuovo con il pubblico, troppo spesso limitato alla promozione del loro lavoro ad un potenziale gruppo di interesse attraverso le reti sociali. In uno scenario sempre più interattivo il pubblico è non solo co-creatore del processo creativo ma dello stesso successo di un filmmaker. La nozione di autore va quindi rivista e allargata.»

Il futuro del documentario interattivo è guidato da alcuni fattori chiave:

IMMERSIVITA’:

«Il documentario interattivo non è un’estensione in termini di duplicazione o diffusione di un documentario lineare. E’ un nuova forma di media e sta cercando una sua strada. La qualità immersiva di un progetto interattivo consiste nel mettere al centro il pubblico e l’esperienza può avere diversi gradi di approfondimento a seconda del livello di immersività proposta e del mezzo tecnologico usato. L’immersività ci consente di spostare i confini dell’apprendimento.»

BIG DATA:

«Oggi ci è data l’opportunità di utilizzare e raccogliere una enorme quantità di dati e di renderli in forma narrativa in tempo reale. E’ il caso del progetto francese Génération Quoi, di France2, che traccia una mappa sullo stato della gioventù francese. Il documentario interattivo è costruito su un questionario di 143 domande, compilato da 230.000 giovani francesi. I risultati influenzavano la natura del progetto in tempo reale e costruivano il ritratto di una generazione. Il progetto ha costituito un’inchiesta enorme che un documentario tradizionale non avrebbe potuto realizzare e che uno studio accademico non avrebbe saputo tradurre in maniera troppo divulgativa e al grande pubblico.»

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Un altro esempio è costituito da Selfiecity di Lev Manovich che analizza lo stile dell’autoritratto in cinque città in giro per il mondo partendo da un data base di 3000 immagini. Un’inchiesta visiva che è anche uno studio sociologico.

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PARTECIPAZIONE:

«L’essenza del documentario interattivo è di rimanere aperto. Il flusso del progetto cambia con il mutare dell’interazione da parte del pubblico. Le scelte possono essere minime, come la determinazione di una sequenza narrativa, o più estese e quindi determinanti per l’opera. Un progetto che dipende totalmente dalla partecipazione del pubblico è ad esempio Insomnia.» Il progetto chiede agli insonni di fornire delle visioni del loro disturbo per poi  rielaborarle sia dal punto di vista artistico che clinico. 

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«La natura partecipativa di un progetto non dipende necessariamente dall’impiego di un device di ultima generazione. Quipu ad esempio usa il telefono per registrare e raccontare storie coinvolgendo un pubblico che non ha accesso alla tecnologia digitale e rappresenta un modo in cui i documentari possono diventare veicoli di trasformazione sociale. Un pubblico partecipativo è un pubblico in apprendimento.»

The Quipu project è un documentario interattivo realizzato con le donne e gli uomini che sono stati forzatamente sterilizzati in Perù a metà degli anni ’90. Vent’anni dopo stanno ancora chiedendo giustizia. Utilizzando una linea telefonica dedicata e collegata ad un’interfaccia web il progetto offre supporto alle vittime, fornendo loro gli strumenti per raccontare la loro storia e per portarla alla ribalta internazionale e mette in comunicazione una comunità dispersa e frammentata geograficamente, politicamente e caratterizzata da un forte digital divide.

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TEMPO: 

«ll cinema e la televisione hanno a che vedere con il tempo, il documentario interattivo con lo spazio.Il tempo nel cinema e nella tv è lineare, mentre in un progetto interattivo è una variabile secondaria, in cui è lo spazio della narrazione che acquisisce importanza e su cui occorre concentrarsi, cambiando il nostro modo di essere narratori e ascoltatori di una storia».

GLOBALITA’:

«Per il documentario lineare, sin dalle sue prime fasi di progettazione va considerata la sua diffusione su scala internazionale; un progetto interattivo è per definizione aperto a tutti, ovunque e in qualsiasi momento (anyone/anytime/anywhere). Questa caratteristica può influenzare lo sviluppo del lavoro in forme che ancora non riusciamo a prevedere nella loro complessità.»

NAVIGAZIONE:

«La navigazione sta all’interazione come il montaggio sta al cinema. Fondamentali sono la struttura e l’estetica, determinante è il rapporto con il pubblico. In un’opera come Waterlife il punto di vista risiede sia nella modalità di navigazione del documentario che nella capacità di coinvolgere lo spettatore sul soggetto.»

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INFORMAZIONE:

«L’organizzazione delle informazioni è una delle problematiche classiche nella realizzazione di un documentario classico. Il lavoro di montaggio conduce necessariamente ad una selezione di immagini e di scene, a dei tagli drastici a volte. Il documentario interattivo può ospitare potenzialmente più materiale, ma rimane fondamentale l’organizzazione dei contenuti in una forma artistica coerente e leggibile. Le informazioni non sono semplicemente dati, un aspetto importante è la costruzione di una narrazione emotivamente coinvolgente e la possibilità di un approccio alle informazioni di tipo multidimensionale, con gerarchie di relazioni rispetto al contenuto del progetto.»

TECNOLOGIA: 

«Ci stiamo muovendo verso forme di interazione più umane e naturali, in cui tastiere, track pad e touch screen sono forme di interfaccia primitive. JP Rangaswami , scienziato per Salesforce.com a proposito dell’Internet delle cose, prevede che “la gente si impegnerà ad interagire con le informazioni usando tutti i sensi. I dispositivi wearable saranno maggiormente integrati con il nostro corpo e la nostra capacità di usare gli impulsi nervosi per interagire con le informazioni si espanderà notevolmente . Vedremo la progressiva riduzione delle dimensioni degli odierni dispositivi collegati connessi fino ad arrivare lentamente a fondersi con la parte del corpo al cui senso è collegato.»

PUBBLICO MANDATO:

«Il cambiamento sociale sarà sempre di più un motore di produzione per i documentaristi classici e interattivi. Una sfera pubblica rigenerata sta prendendo forma al di fuori delle produzioni mainstream e ha incontrato terreno fertile nel documentario interattivo. Gli esempi sono innumerevoli.

The Nanny Van viaggia negli Stati Uniti fisicamente e virtualmente per dare aiuto e supporto ai collaboratori domestici, spesso sfruttati, informandoli sui propri diritti. Action Switchboard è una piattaforma che mette insieme gli attivisti e li assiste nell’elaborazione delle idee, nell’azione azione diretta e nel recupero delle risorse necessarie.

GIOCO:

«E’ in corso un tentativo di convergenza tra il mondo del documentario e l’universo dei giochi. Fort McMoney  ad esempio combina documentario e gioco e coinvolge l’utente nell’affrontare i problemi che emergono dal mega impianto di sabbie bituminose in costruzione a Fort McMurray.

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Il webdocumentario ti costringe ad informarti e ad essere consapevole di come diventerebbe il luogo in cui vivi se avvenisse una crescita di ricchezza improvvisa dovuta allo sfruttamento delle risorse petrolifere. Una simulazione della realtà con le caratteristiche del videogioco ma con il linguaggio cinematografico, con la possibilità di potersi esprimere collettivamente sulle scelte della città.

«Deve essere fatto ancora un grande lavoro, che non riguarda solo la tecnologia ma è necessario andare più in profondità e vedere se ci sono correlazioni e differenze tra le culture, trai segmenti di pubblico rispetto all’istruzione, all’età, alla classe sociale, al genere e così via. Oltre alle grandi possibilità non devono essere taciuti i rischi, tra cui il lato oscuro del mondo digitale riguardo alla privacy e alla sorveglianza di massa, all’acquisizione di dati e informazioni da parte delle grandi multinazionali digitali. Gli ideali che hanno animato il web sin dai suoi esordi come servizio pubblico non devono essere messi da parte e non bisogna mettere da parte la promessa della Rete. Le soluzioni non sono semplici ed immediate, ma forse la stessa possibilità di condivisione dei rischi può portare a forme nuove ed ingegnose di riparazione e resistenza.»

«L’architettura delle origini è ancora in gran parte intatta, nonostante gli sforzi dei governi e delle imprese per istituire varie forme di censura e discriminazione.»

A questo proposito vale la pena leggere il Nuovo Cluetrain Manifesto, in cui i suoi autori, 16 anni dopo il primo manifesto, scrivono che la Rete, nonostante il fallimento di apertura e libertà iniziali, è ancora quel luogo dove possiamo effettuare connessioni senza autorizzazione e dove abbiamo reinventato insieme la cultura. Bisogna solo ricordarci cos’è Internet per davvero.

Perlmutter sostiene che lo spostamento epistemologico che siamo chiamati ad effettuare è probabilmente «la svolta mentale più profonda nella storia dell’uomo. Per questo motivo il lavoro sull’interattività sta diventando l’opera d’arte del nostro tempo, e più di ogni altro definirà la coscienza dell’umanità attraverso un modo di vedere che è quello comune a tutti. E’ la forma d’arte di cui abbiamo bisogno per portare avanti senza sosta i grandi temi che ci minacciano nei prossimi decenni.»

 

 

 

 

 

Non si tratta di una semplice provocazione. In questa filastrocca è racchiuso tutto il mondo di Nina Paley, regista americana che si batte per l’accesso e la creazione di contenuti culturali liberi dalle leggi del copyright.

Sita sing the blues è il suo primo lavoro in questa direzione. Ne parlo in questo articolo su Ninja Marketing.

Per rafforzare la sua idea che copiare non è un danno all’autore, ma in realtà il motore su cui si basa tutto il progresso culturale dell’umanità, Nina ha avviato una ricerca su campo con il Met Museum, tramite un Free Culture field trip: un’osservazione e un rilevamento fotografico con la partecipazione del pubblico tra i capolavori dell’arte greca, romana, asiatica e medievale della collezione del Museo.

L’obiettivo era dimostrare una coerenza nello sviluppo del linguaggio visivo attraverso i secoli e in differenti culture. Il risultato è questo video dal titolo “Minute Meme #(2): All Creative Work Is Derivative”.

Apre oggi a Barcelona Museum Next 2012, la più importante conferenza a livello europeo sugli scenari museali e il rapporto con nuove tecnologie.

Tantissimi gli appuntamenti previsti con la presenza di importanti istituzioni e realtà di ricerca internazionali: Smithsonian Institution, TATE, MoMA, Walker Art Center per citarne alcuni.

Gli interventi ruotano principalmente intorno al rapporto tra il pubblico e l’istituzione museale attraverso l’uso del web, dei social media, delle tecnologie mobili fino alla realtà aumentata.

Sarò presente all’evento e racconterò via Twitter e Facebook le conferenze a cui parteciperò.

Seguitemi su @ornellacostanzo

Io twitterò in italiano per voi da #museumnextbarcelona

L’hashtag ufficiale dell’evento è: #museumnext (in inglese)

Si comincia stasera nella splendida cornice del Museu Picasso con un focus sulle collezioni museali nell’era digitale con la partecipazione della National Gallery (Uk), Amsterdam Museum (Paesi Bassi) e Museu Picasso Barcelona (Spagna).