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musei e scenari digitali

 

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Mi viene in mente la celebre frase di Charlie Brown, parafrasandola, al termine della giornata di lavori a Base Milano, organizzata da Fondazione Cariplo, in collaborazione con Fondazione Fitzcarraldo  nell’ambito di IC3, il programma della Fondazione Cariplo per l’accompagnamento alla creazione di imprese culturali nonprofit capaci di sviluppare beni e servizi innovativi per la valorizzazione e la condivisione del patrimonio storico-artistico.

Dopo gli incontri e le presentazioni dei rappresentanti delle Istituzioni culturali invitate, i tavoli di lavoro che vedono organizzati in gruppi, operatori del settore, curatori, aziende e facilitatori, mi trovo a riflettere su alcuni elementi emersi durante i nostri confronti. L’idea di base è forte, mettere a confronto su un terreno neutro tutti gli attori culturali per parlare di esigenze concrete legate alla vita e alla fruizione dei musei e provare a immaginare insieme soluzioni, proposte e servizi al museo stesso e al suo pubblico.

Tempo e risorse non sono ostacoli in questo caso, siamo nel campo della riflessione e dell’immaginazione, guidati da un facilitatore, una figura che sarebbe da inserire in ogni contesto simile.  Mi rendo subito conto, dopo anni di lavoro nella progettazione di percorsi museali, di quanto sia importante una figura di filtro nel dialogo, nella riflessione, nel focalizzarsi sui veri obiettivi del progetto. In assenza del facilitatore, forse bisognerebbe impararne le tecniche e la metodologia e provare così a farne tesoro nei momenti reali di progettazione, quando invece tempo e risorse diventano sfide o limiti con cui confrontarsi.

Al nostro tavolo ci sono i rappresentanti di due progetti dell’incubatore IC3, Occultum e TuoMuseo, la Fondazione Musei Civici di Venezia, l’Associazione delle Residenze Reali Europee di Versailles e il MAXXI di Roma.

Tra i vari temi e bisogni dei musei emergono: la diversificazione dei pubblici e la necessità di essere attraenti per visitatori con esigenze e desideri diversi; la personalizzazione della visita, ovvero la possibilità di rendere unica la fruizione di ciascun utente, soddisfacendo così il desiderio di protagonismo soprattutto dei più giovani, in una logica che ricorda molto il cambio di paradigma dei consumi culturali tipico delle piattaforme web; l’equilibrio tra museo territoriale e museo a vocazione turistica, è il caso di Venezia dove ad esempio solo il 3% dei visitatori è un residente della città. Il contrario è vero invece per il MAXXI che è un museo della città, inserito in un dialogo con il quartiere Flaminio. Una cosa che mi colpisce molto è sentire dai musei che persino gli studenti di arte e di materie umanistiche- che dovrebbero essere tra i visitatori assidui nella fascia di pubblico più giovane- non frequentano i musei.

Per la nostra “sfida “scegliamo di focalizzarci sulla valorizzazione dei patrimoni nascosti dei musei e sulla possibilità di attrarre il pubblico under 25 e insieme immaginiamo un progetto che possa offrire un’opportunità di apprendimento per futuri curatori e che al termine dei lavori, condividiamo con gli altri gruppi.

La giornata è stata intensa e ricca di interventi che provo a riassumere recuperando una serie di appunti e di tweet in rete che ho salvato durante la conferenza, come promemoria e per approfondimenti futuri.

Serena Bertolucci, Direttrice del Palazzo Reale di Genova-Polo Museale della Liguria racconta come i musei possano essere istituti di cittadinanza e di governance del territorio.

Nella sua attenta osservazione dei pubblici del Polo che dirige, osserva come ci sia tra i più giovani una difficoltà di interpretazione già del primo livello di lettura di un’opera, quella del riconoscimento del soggetto nel caso di un’iconografia religiosa o di tipo mitologico. E’ un tema da tenere molto presente se si considera la vastità del patrimonio artistico italiano dedicato a questi soggetti. Chi sarà in grado di leggere e di capire le nostre opere in futuro? Come sapremo riconoscerci in esse e per quali ragioni, come possono parlare ai giovani cittadini di oggi e a quelli di domani, molti provenienti da origini culturali diverse?

In maniera sapiente si interroga anche su come vengono veicolate le informazioni sulle opere nei musei, quanto siano comprensibili i testi che vengono scritti nelle sale per accompagnare la visita. Cita gli studi di Tullio De Mauro sulla comprensione del testo facendo riferimento al Vocabolario di base della Lingua Italiana (VdB) del 1980. Secondo gli studi di De Mauro se in un testo si utilizzano le parole tratte dal VdB il testo sarà comprensibile dal 90% delle persone. Più è alto il numero di parole che non fanno parte del VdB più sarà basso il numero di persone in grado di comprendere il testo. Per i linguisti, ma per chiunque si occupi di divulgazione , uno strumento utile è sicuramente l’indice di Gulpease e la sua relativa tabella.

Un altro punto su cui si sofferma è la necessità di recuperare il patrimonio immateriale costituito dalle relazioni che si costruiscono attorno a un museo, soprattutto nel caso di istituzioni storiche e immerse nel contesto cittadino. E’ così che è nato un ambulatorio pediatrico in un immobile di Palazzo Reale, nel frattempo si cerca un dialogo con le attività commerciali tradizionali del tessuto urbano e tra i progetti in fieri c’è l’apertura di un’accademia della musica. Il museo diventa sempre di più un attore sociale e si propone come parte attiva di un welfare di comunità.

Giovanni Crupi racconta invece l’esperienza del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano “Leonardo Da Vinci”, che da anni ha deciso di investire sulle persone- il personale interno è cresciuto da 36 a 100 dipendenti- e si riconosce come luogo di convergenza dei saperi, aperto alla progettazione all’esterno con l’obiettivo di offrire formazione per le competenze del futuro, e quindi pensiero critico, resilienza, adattabilità, creatività. L’invito è quello di portare l’innovazione all’interno del museo, che in questo caso ha le porte aperte a quanti vorranno proporre progetti.

 

Segue Barbara Minghetti, Presidente del Teatro Sociale di Como, che riesce a parlare di opera oggi a un intero territorio, partendo dai bambini e dagli adolescenti con il progetto Opera Domani  con il coinvolgimento delle scuole e la formazione degli insegnanti.

Tra gli altri progetti presentati, 200.com nato per festeggiare i duecento anni del Teatro Sociale e che ha riguardato l’intera città nella formazione di un coro che prende parte alla realizzazione di un’opera, con ritrovi settimanali di canto collettivo, riscoprendo la musica come forma democratica di partecipazione.

Matteo Zauli, Direttore del Museo Carlo Zauli di Faenza è partito dall’importante collezione artistica del padre, l’ha valorizzata e ha trasformato il museo a lui intitolato in centro di produzione di ceramica artistica contemporanea. Da museo privato a museo del territorio, luogo di laboratori, temporary shop, fablab, sede di festival musicali.

Chiude la sessione plenaria l’esperienza di Dolomiti Contemporanee un esempio avvincente di rigenerazione di siti industriali nelle Dolomiti, che in pochi anni hanno recuperato 20 spazi coinvolgendo il territorio, gli enti pubblici, aziende di tutte le dimensioni, ditte, ripartendo non da grossi investimenti di denaro ma dalle idee. Gianluca D’Incà Levis racconta come sia riuscito a rompere la stereotipia della rappresentazione dello spazio e del paesaggio montano, facendo breccia nella ritrosia di un ambiente culturale inizialmente inerte, tenendo lontane vecchie prassi come la monumentalizzazione del sito industriale e lavorando sulla cultura come strumento concreto e efficace di comunicazione del territorio. Dolomiti Contemporanee sono una vera e propria “arrampicata” culturale, come dice un’espressione dal gergo della montagna, ha “aperto vie” laddove sembrava non si potesse procedere, ha valutato concretamente se valesse la pena recuperare il sito per riaccenderlo di vita e di partecipazione.

L’ultima recente “accensione” riguarda un ex colonia per bambini nel Villaggio Eni ideato da Enrico Mattei, Progetto Borca è un disegno articolato che intende sostenere una ricerca artistica e culturale, con la creazione di residenze d’artista internazionali e attraverso queste e molte altre attività, ripensare la funzione di questo grande sito. Con l’arte contemporanea stanno costruendo nuove visioni sui luoghi coinvolgendo architetti, scienziati, creativi, innovatori, studenti guardando al futuro, lontani dagli sguardi contemplativi e nostalgici del passato.

 

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Come ridefiniamo lo spazio fisico e il linguaggio del documentario nell’era digitale?

 

seamless reality IDFA doc lab

 

Questo è stato il tema della conferenza annuale all’IDFA Doc lab all’interno dell’IDFA doc fest di Amesterdam, in programma dal 18 al 29 Novembre. Da anni l’IDFA ha una sua sezione speciale dedicata all’interattività  che quest’anno prende il nome di Seamless Reality.

Artisti digitali, studiosi, ricercatori presentano i loro lavori a volte provocatori, condividono le lezioni imparate su campo e tracciano una visione del futuro. Tra gli invitati, Karim Ben Khelifa, AngeloVermeulen, Amy Rose and May Abdalla (Anagram), Jessica Brillhart(Google), Jason Spingarn Koff (Netflix), Bianca Giaever (This American Life), William Uricchio (MIT), Gabo Arora (UN/VRSE), Errol Morris, Kathleen Lingo (New York Times) and Margaux Missika (Upian/PXN).

Ho seguito la conferenza via twitter e ne ho fatto un report degli interventi che mi sono sembrati più significativi. I video dell’intera giornata saranno caricati sul sito del festival a fine manifestazione.

Questo il programma del panel

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Una dei protagonisti assoluti della conferenza è stata la VR, la realtà virtuale.

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Uno dei progetti più apprezzati è stato The Museum of Stolen Art di Ziv Schneider, che ha attinto ai database delle opere d’arte rubate di FBI e Interpol e ne ha fatto un’esperienza in VR quasi a voler restituire una presenza ai capolavori scomparsi.

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Schneider in collaborazione con Laura Chen ha esteso la sua ricerca anche alle opere d’arte distrutte dai conflitti. E’ il caso di RecoVR Mosul: a collective reconstruction, un’installazione in VR che ci porta all’interno del museo della città irachena devastata dall’IS e che conteneva i maggiori resti archeologici delle antiche civiltà mesopotamiche. Camminando per le sale del museo osserviamo le opere distrutte ricostruite attraverso foto rilevate in crowdsourcing.

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Tra gli ospiti del panel, molto atteso Gabo Arora, Senior Advisor delle Nazioni Unite, filmmaker e co-creatore insieme a Chris Milk dei documentari in VR per l’ONU, tra cui Clouds over Sidra.

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Ross Goodwin presenta un lavoro sull’intelligenza artificiale. Il suo word.camera è capace di trasformare un’immagine in racconti, offrendo uno sguardo di come una macchina può leggere, interpretare e descrivere con il nostro linguaggio, l’ambiente reale.

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E’ il momento di William Uricchio del MIT Open Doc Lab. Presenta il report sullo stato del giornalismo interattivo e propone diversi punti di contatto con i nuovi formati del documentario.

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All’interno della conferenza c’è spazio non solo per le idee ma anche per lo stato dell’arte dal punto di vista della produzione e del finanziamento dei progetti interattivi. L’EDN (European Documentary Network) ha analizzato 17 progetti crossmediali prodotti negli ultimi 3 anni e presentati all’IDFA. Il dato che emerge è che il 25% del budget delle produzioni europee non è coperto.

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La più grande novità in materia di VR ci viene invece offerta dal New York Times che ha appena lanciato la sua app NYTVR e ha inviato a casa dei suoi abbonati un milione di cardboard per visualizzare i contenuti speciali. Il New York Times ha anche annunciato che è in produzione una serie di brevi documentari sullo stile degli Op-docs (documentari di breve durata affidati a filmmaker indipendenti, su temi di attualità, vita contemporanea o fatti storici) da fruire esclusivamente in VR.

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I panel prova a tracciare anche un orizzonte sul futuro della VR.

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Chiudono la giornata Amy Rose and May Abdalla di Anagram Studio, autrici di esperienze interattive dal forte impatto emotivo e con un grado di immersività del pubblico elevato. I loro lavori spaziano dal documentario interattivo, all’arte pubblica, dai giochi per bambini ai videogames, in cui l’esperienza del visitatore è sempre primaria e linea guida del progetto. Nei loro lavori c’è un continuo tentativo di provare a immaginare i pensieri del pubblico.

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Questo è un breve elenco di cose che mi sono piaciute nella seconda metà del 2014  e che voglio approfondire nel 2015. Spaziano dal crossmedia ai musei e il loro rapporto con l’universo digitale, dai progetti di condivisione di informazioni alla costruzione di progetti di comunità e cittadinanza. E poi c’è una storia di fantasmi. 

1. PRIYA’S SHAKTI

Un progetto multimediale che, a seguito dello stupro di gruppo avvenuto su un autobus a Nuova Delhi nel 2012, intende mettere in evidenza gli atteggiamenti di violenza di genere nella società indiana. Una narrazione alternativa che attinge dai canoni mitologici indù e dà voce alle donne vittime di violenza. Il format prevede un fumetto con realtà aumentata, una mostra e dei workshop con gli adolescenti sulle tematiche di genere e la realizzazione di comic book animati.

2. THE FLYCKERING FLAME

50 anni di carriera e di lavoro del regista Ken Loach attraverso il suo archivio personale. Il progetto prevede una collezione di storie che ricostruiscono e esplorano i diversi conflitti sociali e politici a cui si sono ispirati i suoi film, da Cathy Come Home a Sweet Sixteen. The Flyckering flame project è un documentario interattivo che funziona come un’app e un film per la tv e racchiude una serie di questioni sulla censura (attraverso degli inediti) che i suoi racconti cinematografici hanno subìto.

foto da powertothepixel.com

foto da powertothepixel.com

 

3. TAMPON RUN 

Due ragazzine hanno inventato uno dei videogiochi più originali del 2014, Tampon Run. La protagonista corre disperatamente cercando di sparare ai suoi nemici, ma anziché usare armi utilizza assorbenti interni. L’idea parte dalla riflessione che nella nostra società siamo più a nostro agio con le armi e la violenza e non siamo invece in grado di insegnare alle giovani donne a stare bene con il proprio corpo, ricoprendo di tabù l’esperienza delle mestruazioni, ad esempio. Tutto questo accadeva nei giorni in cui piovevano minacce alle donne che si occupano di videogiochi.

4. FIRST WORLD WAR- THE STORY OF A GLOBAL CONFLICT 

The Guardian, continua fonte di ispirazione anche per la narrazione interattiva, in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, mette on line First World War- The Story Of A Global Conflict, un racconto straordinario e corale che unisce stile cinematografico a mappe interattive con possibilità di diversi livelli di approfondimento. La guerra raccontata da fronti differenti, con il commento di dieci storici, materiale d’archivio inedito e una traduzione in più lingue fatta in crowdsourcing tra i lettori. Ne parlerò più a fondo in un libro di prossima uscita in primavera.

5. BEACON ( E IO CHE NON NE AVEVO SENTITO MAI PARLARE PRIMA)

Piccoli emettitori Bluetooth che trasmettono un segnale digitale, consentendo all’utente dotato di smartphone di registrare la propria posizione e di ricevere informazioni e servizi personalizzabili. Ne sento parlare per la prima volta all’8 Summit di Architettura dell’Informazione a Bologna. Tra le varie applicazioni si parla dei musei e della possibilità di raccogliere dati sui visitatori ma al tempo stesso di fornire visite e esperienze ritagliate su misura. Tra gli esempi di utilizzo dei Beacon nei musei, la Rubens House ad Antwerp ma anche il nostro MUSE di Trento, che visiterò in primavera.

 

6. AFTER DARK- VINCITORE DEL TATE IK PRIZE  2014

Il TATE IK PRIZE è un premio annuale all’idea innovativa che usa il potere delle tecnologie digitali per connettere i pubblici con l’arte. Per il 2014 il riconoscimento è stato assegnato a After Dark, un sistema di esplorazione delle gallerie della Tate Britain durante le notti di Agosto. Il pubblico era in grado di guidare da remoto 4 robot nell’oscurità delle sale e di illuminare tramite LED le opere che preferiva, osservandole da un punto di vista inedito con la sensazione di vivere un’esperienza unica, quasi a rievocare l’ingresso dell’archeologo, per la prima volta, nella tomba di un faraone. 

Il bando per il 2015 scade il 17 febbraio.

7. BUONE PRATICHE PER I MUSEI: IL REPORT ANNUALE DI EUROPEANA E IL CASO DEL RIJKSMUSEUM

“Sharing free, high quality images without restrictions makes good thing happen”. Tutta l’esperienza del Rijksmuseum che ha aperto al pubblico dominio le immagini ad alta qualità delle sue opere.

8. OXFORD FLOOD NETWORK

Mentre l’Italia del Nord lo scorso autunno andava sott’acqua con le consuete polemiche (sacrosante) sulla cementificazione selvaggia, ad Oxford da qualche anno è stato messo in pratica un sistema di monitoraggio delle acque tramite piccoli dispositivi wireless alimentati a batteria che gli abitanti della città attaccano ai ponti o sotto il pavimento. Ben Ward definisce la sua idea una specie di “guerrilla sensors network”.

Per saperne di più, leggi l’articolo completo su HOW WE GET TO NEXT, il magazine on line di Steven Johnson.

9. 596 ACRES

596 acres è la misura dei lotti pubblici liberi a Brooklyn  che possono essere messi a disposizione dei cittadini per progetti comuni, ma non è un progetto della città. Attraverso l’uso dei dati aperti sono state realizzate delle mappe, dapprima stampate e diffuse fisicamente, poi pubblicate on line per informare gli abitanti. L’associazione 596 Acres dà assistenza a gruppi o singoli che vogliono inoltrare al Comune le pratiche di affidamento temporaneo dei terreni per progetti a scopo comunitario.

 

10. GHOSTS OF  THE TSUNAMI di Richard Lloyd Parry

Una storia buona per tutti i tempi, da leggere al mare come me, adesso davanti allo Stretto e tutti sappiamo bene cosa evochi da queste parti la parola tsunami, o in montagna magari davanti a un caminetto, con la bufera che infuria là fuori.

http://www.lrb.co.uk/v36/n03/richard-lloydparry/ghosts-of-the-tsunami

 

Buona lettura e buon 2015.

 

 

 

 

Un tributo a John Cage con una mappa partecipativa che raccoglie suoni da tutto il pianeta.

mappa cage

 

Il MoMA ha appena finito di celebrare John Cage con una mostra dal titolo There Will Never Be Silence: Scoring John Cage’s 4’33”.

4’33’ è la celebre composizione dell’artista della durata di 4 minuti e 33 secondi, in cui egli non compone nemmeno una nota. John Cage, riflettendo sul suo lavoro molti anni dopo, afferma che quello che era stato percepito dal pubblico come silenzio, era in realtà una successione accidentale di suoni.

La mostra, che attinge dalle collezioni del Museum of Modern Art una serie di dipinti e di documenti d’archivio, traccia il percorso che porterà Cage a liberare il suo “silent piece” e affronta il suo rapporto controverso con una generazione di artisti a cavallo degli anni ’50 e ’60.

Tra le opere in mostra Duchamp, Schwitters, Cunningham, Rauschenberg, Kaprow, Yoko Ono, Paik, Maciunas, De Maria, Graham.

La mostra contiene anche una sezione partecipativa che si sviluppa sul web. E’ stato chiesto al pubblico di partecipare caricando dei suoni registrati dallo smartphone, indicandone la provenienza e descrivendone il contenuto.

 

Dall’Italia sono arrivati i racconti sonori di Giuseppe La Spada, digital artist siciliano già noto per le sue collaborazioni con Ryuichi Sakamoto e vincitore del Webby Award nel 2007.

Navigando per la mappa di Share your silence vi capiterà di ascoltare il suono dell’Etna con un gregge alle sue pendici.

Oppure il mare di Milazzo alla sera

O ancora il silenzio della Sciara del Fuoco di Stromboli

Se volete spingervi più lontano, si possono trovare un lunedì piovoso a Buenos Aires, il lago Mamori in Amazzonia, un post Capodanno cinese a Taipei, una classe di Honolulu mentre compila un test a risposta multipla, e molto altro ancora. Il progetto è ancora aperto ed è quindi possibile aggiungere nuove registrazioni.

 

m&b firenze

Riporto qui il mio storify della conferenza di Firenze, tenutasi tra il 18 e il 21 febbraio di quest’anno, perché non si può più pensare di non affrontare il tema del digitale anche riferendosi al patrimonio culturale italiano.

Concetti e riflessioni come open data, accesso libero alle collezioni, ri-uso dei materiali, engagement, differenza di pubblici, smart tour sono già al centro del lavoro di diversi musei e istituzioni culturali nel mondo e, per fortuna anche in Italia. Seguiteli, abbiamo bisogno di best practices, da seguire , replicare e reinventare.

Apre oggi a Barcelona Museum Next 2012, la più importante conferenza a livello europeo sugli scenari museali e il rapporto con nuove tecnologie.

Tantissimi gli appuntamenti previsti con la presenza di importanti istituzioni e realtà di ricerca internazionali: Smithsonian Institution, TATE, MoMA, Walker Art Center per citarne alcuni.

Gli interventi ruotano principalmente intorno al rapporto tra il pubblico e l’istituzione museale attraverso l’uso del web, dei social media, delle tecnologie mobili fino alla realtà aumentata.

Sarò presente all’evento e racconterò via Twitter e Facebook le conferenze a cui parteciperò.

Seguitemi su @ornellacostanzo

Io twitterò in italiano per voi da #museumnextbarcelona

L’hashtag ufficiale dell’evento è: #museumnext (in inglese)

Si comincia stasera nella splendida cornice del Museu Picasso con un focus sulle collezioni museali nell’era digitale con la partecipazione della National Gallery (Uk), Amsterdam Museum (Paesi Bassi) e Museu Picasso Barcelona (Spagna).