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Come ridefiniamo lo spazio fisico e il linguaggio del documentario nell’era digitale?

 

seamless reality IDFA doc lab

 

Questo è stato il tema della conferenza annuale all’IDFA Doc lab all’interno dell’IDFA doc fest di Amesterdam, in programma dal 18 al 29 Novembre. Da anni l’IDFA ha una sua sezione speciale dedicata all’interattività  che quest’anno prende il nome di Seamless Reality.

Artisti digitali, studiosi, ricercatori presentano i loro lavori a volte provocatori, condividono le lezioni imparate su campo e tracciano una visione del futuro. Tra gli invitati, Karim Ben Khelifa, AngeloVermeulen, Amy Rose and May Abdalla (Anagram), Jessica Brillhart(Google), Jason Spingarn Koff (Netflix), Bianca Giaever (This American Life), William Uricchio (MIT), Gabo Arora (UN/VRSE), Errol Morris, Kathleen Lingo (New York Times) and Margaux Missika (Upian/PXN).

Ho seguito la conferenza via twitter e ne ho fatto un report degli interventi che mi sono sembrati più significativi. I video dell’intera giornata saranno caricati sul sito del festival a fine manifestazione.

Questo il programma del panel

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Una dei protagonisti assoluti della conferenza è stata la VR, la realtà virtuale.

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Uno dei progetti più apprezzati è stato The Museum of Stolen Art di Ziv Schneider, che ha attinto ai database delle opere d’arte rubate di FBI e Interpol e ne ha fatto un’esperienza in VR quasi a voler restituire una presenza ai capolavori scomparsi.

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Schneider in collaborazione con Laura Chen ha esteso la sua ricerca anche alle opere d’arte distrutte dai conflitti. E’ il caso di RecoVR Mosul: a collective reconstruction, un’installazione in VR che ci porta all’interno del museo della città irachena devastata dall’IS e che conteneva i maggiori resti archeologici delle antiche civiltà mesopotamiche. Camminando per le sale del museo osserviamo le opere distrutte ricostruite attraverso foto rilevate in crowdsourcing.

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Tra gli ospiti del panel, molto atteso Gabo Arora, Senior Advisor delle Nazioni Unite, filmmaker e co-creatore insieme a Chris Milk dei documentari in VR per l’ONU, tra cui Clouds over Sidra.

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Ross Goodwin presenta un lavoro sull’intelligenza artificiale. Il suo word.camera è capace di trasformare un’immagine in racconti, offrendo uno sguardo di come una macchina può leggere, interpretare e descrivere con il nostro linguaggio, l’ambiente reale.

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E’ il momento di William Uricchio del MIT Open Doc Lab. Presenta il report sullo stato del giornalismo interattivo e propone diversi punti di contatto con i nuovi formati del documentario.

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All’interno della conferenza c’è spazio non solo per le idee ma anche per lo stato dell’arte dal punto di vista della produzione e del finanziamento dei progetti interattivi. L’EDN (European Documentary Network) ha analizzato 17 progetti crossmediali prodotti negli ultimi 3 anni e presentati all’IDFA. Il dato che emerge è che il 25% del budget delle produzioni europee non è coperto.

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La più grande novità in materia di VR ci viene invece offerta dal New York Times che ha appena lanciato la sua app NYTVR e ha inviato a casa dei suoi abbonati un milione di cardboard per visualizzare i contenuti speciali. Il New York Times ha anche annunciato che è in produzione una serie di brevi documentari sullo stile degli Op-docs (documentari di breve durata affidati a filmmaker indipendenti, su temi di attualità, vita contemporanea o fatti storici) da fruire esclusivamente in VR.

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I panel prova a tracciare anche un orizzonte sul futuro della VR.

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Chiudono la giornata Amy Rose and May Abdalla di Anagram Studio, autrici di esperienze interattive dal forte impatto emotivo e con un grado di immersività del pubblico elevato. I loro lavori spaziano dal documentario interattivo, all’arte pubblica, dai giochi per bambini ai videogames, in cui l’esperienza del visitatore è sempre primaria e linea guida del progetto. Nei loro lavori c’è un continuo tentativo di provare a immaginare i pensieri del pubblico.

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Dal 31 Ottobre Somebody non funziona più. Quello che era iniziato come un progetto d’arte pubblica, divertente e dall’esito incerto, è diventato troppo grande da gestire senza provare a trasformarlo in una start up tecnologica. La scelta era tra cambiare o morire. Miranda July ha optato per la seconda.

 

SOMEBODY_APP

 

Somebody app era un progetto nato in collaborazione con MIU MIU e presentato alle Giornate degli Autori a Venezia, insieme al corto della regista che quasi ne svelava i retroscena e il funzionamento. Creazione ironica sulla comunicazione al tempo di Whatsapp, provava a recuperare una dimensione umana connettendo persone che non si conoscono e spingendole a recapitare messaggi da parte di un amico, includendo una personale interpretazione del contenuto. Ne ho scritto in maniera più approfondita in questo post.

Il progetto ha mostrato all’inizio alcuni problemi, ha richiesto un upgrade consistente e una volta assestato ha raggiunto circa 10.000 utenti al giorno. A questo punto per l’artista e per il suo mecenate si è posto il problema di come procedere. Dopo un giro di consultazioni con investitori e esperti del mondo tech è stato chiaro che il salto da fare era provare a trasformare Somebody in una start up e dargli una nuova vita, abbandonando anche quel gradiente di spontaneità e di imprevedibilità che l’aveva accompagnata sin dal principio. Parole come pitch, “best case scenario”, pubblicità hanno cominciato ad affollarsi nella mente di Miranda July che ha sentito di tradire lo spirito originario del progetto.

L’artista ha preferito lasciare che Somebody rimanesse un lavoro artistico, una performance durata circa un anno, riflettendo e documentando così il tempo che è vissuta. Ha chiesto agli utenti di inviare i loro ultimi messaggi, di spedirle foto, video e screenshot, che avrebbe poi raccolto in un ultimo racconto di “avvenute consegne”.

Somebody ha salutato così la sua comunità: “A mezzanotte del 31 Ottobre, ora di Los Angeles, Somebody sparirà da questo mondo per sempre. Ma voi siete ancora qui, insieme ai vostri amici. E ci sono sconosciuti dappertutto.”

courtesy thenetworkeffect.io

courtesy thenetworkeffect.io

The Network Effect  è il nuovo esperimento on line di Jonathan Harris. Se l’ultima volta che ha costruito un progetto partecipativo, Cowbird, è riuscito a creare una comunità di narratori che ancora oggi continua ad inviare storie e a generare connessioni tra di loro, quello che ci mostra in questo lavoro è forse la controparte che vive e si muove anche su altre piattaforme, quelle ben più frequentate come YouTube, Facebook e Twitter.

Così, un po’ per gioco, visto che ero ispirata dalla lettura di Elizabeth Gilbert sulla paura della creatività, ho scelto di esplorare le parole EAT, PRAY, KISS (avrei voluto LOVE, ma non è un comportamento) per omaggiarla, e anche perché corrispondono alle azioni che forse più diffusamente ripetiamo nel corso della nostra vita. Anziché viaggiare tra i continenti mi sono persa nell’immaginario dei dati che produciamo e riversiamo costantemente on line e che Jonathan Harris, ha studiato, raccolto e brillantemente restituito. 

Quello che ne emerge è sconvolgente e straniante e ci invita a riflettere sugli effetti psicologici di Internet sull’umanità.

screenshot

screenshot

screenshot dal sito

screenshot dal sito

I comportamenti indicizzati sono 100 per lo più legati all’uso del corpo.

Il progetto è stato realizzato in collaborazione con Greg Hochmuth (producer, manager, data analyst di Google, Instagram e Facebook) ed è apparentemente infinito (in realtà i due creatori lo hanno abbandonato dopo 6 mesi di lavoro intenso). Sono stati raccolti 10.000 video da due secondi ciascuno riferiti alle singole azioni, 10.000 frasi registrate con il telefonino e raccolte tramite un form HTML che ripetono post e tweet letti sui social network e collegati alle azioni indicizzate. E ancora news, grafici, tabelle, milioni di dati presentati secondo l’estetica del data visualization attuale e la somministrazione di news continue, in stile Bloomberg. Tutto il progetto è stato concepito utilizzando strumenti open source e dati pubblici.

screenshot dal sito

screenshot dal sito

screenshot dal sito

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Il materiale è stato ordinato e adattato tramite FFMPEG , una library che permette di registrare e convertire file audio e video. E’ possibile risalire agli autori delle singole clip selezionate ed accedere direttamente ai video integrali su You Tube tramite la sezione Credits del sito. Anche con twitter la strada è stata quella del crowdsourcing. Tramite le sue API è stato possibile collezionare le definizioni legate al singolo comportamento attingendo dalle frasi che contenevano quella parola seguita da “is”, ad esempio “kissing is”. Gli autori sono in grado di costruire degli istogrammi con le definizioni dei diversi comportamenti in base alle diverse ore della giornata.

screenshot dal sito

screenshot dal sito

screenshot dal sito

screenshot dal sito

Harris e Hochmuth hanno assunto del personale da Amazon’s Mechanical Turk, un servizio internet di crowdsourcing che chiede a persone sconosciute di svolgere dei lavori, generalmente ripetitivi e meccanici, attraverso una piattaforma comune. Nel caso dei video ogni lavoratore è stato pagato 25 dollari per ogni elemento raccolto.

Per comprendere il contesto storico in cui tutti i dati sono stati raccolti è stato usato invece Google Books Ngram, un motore di ricerca alla base di Google Books che riesce ad analizzare la presenza di una singola parola o di una breve frase che la contiene nella letteratura scritta (ovviamente quella presente in Google Books e quindi parziale), in un intervallo di tempo che nel caso del progetto va dal 1900 al 2008 e solo su alcune lingue, prevalentemente quelle anglosassoni. A completare una visione frammentaria si aggiunge un tempo limitato di navigazione del sito, calcolato sulla durata della vita media del Paese dello spettatore, rilevata tramite l’indirizzo IP. Per l’Italia è di circa 8 minuti ed equivale a una vita media di 80 anni. Una volta concluso il conto alla rovescia il sito non è più accessibile per 24 ore.

Le sensazioni di ansia, frustrazione, sindrome di FOMO (fear of missing out) aumentano quando proviamo a decifrare i dati che ci vengono continuamente forniti. Ci viene detto che i Big data sono il futuro, addirittura che “I dati sono più intelligenti di noi”, per citare l’AD della Shenzen Valley, Jeffrey Kang. Per questo bisogna esporli in maniera perfetta, visivamente curata. Allo stesso tempo la sensazione che se ne ricava è quella della non leggibilità, quasi di un’assenza di significato e di una grande difficoltà di interpretazione.

Altra componente fondamentale di questo lavoro è il voyeurismo, accentuato da un sonoro che sembra sussurrare segreti: sono i tweet che contengono la parola da noi scelta e individuati durante la ricerca o semanticamente legati all’azione che stiamo osservando. Sono stati letti dagli stessi data analyst che hanno partecipato al progetto.

Lo scenario è quello di un’umanità a connessione totale, dove sembrano essere sparite la privacy e la solitudine, intese invece come condizioni necessarie per una profonda conoscenza di noi stessi. Sospesi e un po’ frastornati dopo la nostra breve navigazione su The Network Effect, si è tentati dal credere che Harris intenda dare supporto alle tesi distopiche di Morozov e alla sua “net delusion” laddove, nonostante le idiosincrasie che la rete produce, lo stesso autore riconosce Internet come un posto da rendere sempre migliore, una forza miracolosa piena di belle potenzialità.

screenshot dal sito
screenshot dal sito

Scrive Harris: « Dopo aver navigato non ci sentiamo più felici, più appagati o più saggi. Siamo invece più ansiosi e distratti. Speriamo di trovare noi stessi ma dimentichiamo chi siamo, cadiamo spesso in una dipendenza da clic. […] Abbiamo bisogno di tempo, spazio e silenzio per ricordare chi siamo e chi possiamo diventare.» Quest’ultimo lavoro scaturisce da un blocco creativo durato un paio di anni dopo Cowbird, così come egli stesso racconta in maniera molto aperta e sincera su The Transom Review. Questo aspetto non credo sia secondario nel suo modo di osservare e attraversare i media digitali. La relazione tra l’essere umano e l’esperienza creativa passa anche dalla paura e da quanto la nostra creatività ci spaventa, scrive la Gilbert nel suo ultimo libro come citavo all’inizio.

Harris questa tensione sembra viverla sulla propria pelle e ce ne restituisce le sensazioni comuni, nel nostro rapporto con il quotidiano e con la nostra esistenza digitale. Tempestività contro atemporalità, effimero contro duraturo, distrazione contro attenzione.  Nel suo diario-confessione le ultime parole sono un’esortazione a tutti e prima di tutto a se stesso: cercare dentro di sé il bambino che si era a 10 anni, ricordare cosa faceva, rifare con gioia quello che la sua creatività allora non temeva.

The Network Effect è in concorso all’IDFA DOC LAB 2015 di Amsterdam nella sezione che esplora la realtà virtuale, la narrazione interattiva, la data art, il giornalismo multimediale e le installazioni immersive.

Questo articolo è apparso anche su Emerging Series il 27/10/2015.

Ho rincorso Henry Jenkins questo mese nelle tappe italiane delle sue conferenze sul transmedia e finalmente ho potuto ascoltarlo al Dams di Bologna il 27 giugno.

Il suo intervento non ha tradito le mie aspettative ed è stato illuminante rispetto al significato del termine transmedia, con cui intende un processo narrativo in cui gli elementi di una storia si disperdono sistematicamente su più media con il preciso intento di creare un’esperienza unitaria e coordinata. Idealmente, ogni media dona il suo contributo allo sviluppo di una storia.

Altra riflessione interessante è emersa a seguito di una domanda del pubblico sul confronto tra interattività e partecipazione, dove la prima si riferisce comunque a processi pre-definiti e controllati dall’industria dei media, mentre alla seconda appartiene un reale coinvolgimento del pubblico, che si appropria di un contenuto, lo fa suo, lo remixa e lo restituisce modificato e arricchito.

Se volete approfondire leggete il bel compendio che ha fatto della conferenza Wu Ming 1 [qui]

Dal loro sito è possibile ascoltare anche l’audio integrale della conferenza e le Q&A.

Se volete conoscere meglio le tesi di Jenkins questo é il suo blog.

Dal mio blog potete leggere una sintesi (perdonate la traduzione forse in alcuni passaggi un pò letterale) delle tesi contenute nel suo nuovo libro in uscita il prossimo autunno Spreadable Media: creating meaning and value in a networked society [qui]

L’intervento integrale e in lingua originale è invece disponibile qui: http://henryjenkins.org/2009/02/if_it_doesnt_spread_its_dead_p.html/

La citazione è il titolo di un libro di John Berger, scrittore, giornalista, poeta e altro ancora, una delle figure di spicco della cultura europea contemporanea.

Ma quello che sicuramente riesce meglio a Berger è il raccontare storie, come in questo libro bellissimo in cui sotto varie forme unisce frammenti di vita, le piccole cose quotidiane e lo stupore del mondo, sotto la lente di un diario intimo che parla di “noi”.

E a Berger ho pensato immediatamente appena ho iniziato ad esplorare Cowbird, l’ultima opera per il web di Jonathan Harris, artista digitale che ha fatto già parlare di sé per altre opere, esposte al MoMA e al Centre Pompidou.

Ne parlo in quest’articolo su Ninja Marketing con cui ho iniziato di recente una collaborazione alla sezione Life per scrivere di cinema, cultura digitale e transmedia.