No film makes you kill people

Gregory Peck nei panni del Capitano Acab in Moby Dick di John Houston, 1956

Della tragedia di Aurora si è scritto molto, voci e giornali autorevoli si sono alternati in queste ultime settimane alla ricerca delle cause e dei colpevoli.

Dal suo blog il regista Michael Moore, già autore del famoso Bowling a Columbine su una strage simile avvenuta in una scuola, punta il dito oggi come allora, sì sulle lobby delle armi e sulla facilità dovuta al Secondo Emendamento della Costituzione americana di possedere armi, ma va oltre e rintraccia nella società americana le radici dell’accaduto.

Scrive “We Americans are incredibly good killers” e crediamo che l’assassinio sia un modo per raggiungere il nostro obiettivo. Tre quarti dei nostri Stati prosegue,  giustiziano criminali con la pena di morte, sebbene gli Stati con il più basso tasso di omicidi siano quelli dove non vige la pena di morte. Uccidere non è un atto che affonda le sue radici solo nella storia, “è l’unico modo che conosciamo per affrontare ciò che ci fa paura”.

Di altro avviso è invece il New York Times che in un suo articolo accusa pubblicamente la Warner Bros rea di aver prodotto Batman ma non solo, decine di film in cui la violenza è protagonista, da Arancia Meccanica all’Ispettore Callaghan, fino a Matrix. Secondo il giornale la scelta di produrre film violenti risale addirittura agli anni Trenta, quando la major abbandonò i musical per abbracciare le saghe dei gangster. Ma la Warner non aveva anche prodotto Speedy Gonzales, Duffy Duck, Bugs Bunny ? O davvero, come commenta Antonio Acquaro su Repubblica, “alla ricerca disperata di un cattivo, ce la vogliamo prendere con Willy il Coyote”?

Fa quasi sorridere anche la decisione dell’AMC, la seconda catena di sale cinematografiche degli States, di mettere al bando i travestimenti per andare al cinema, come se il problema del killer di Aurora fosse quello di essere un fan troppo accanito.

Inedita e interessante è invece la lettura dei fatti del prof. Henry Jenkins dell’USC, studioso dei media e di cultura popolare, che già in passato ha proposto attività di analisi della violenza nei media nelle scuole degli Stati Uniti .

Lo dice chiaramente, il problema non si risolve all’interno dell’industria dei media ma con un serio studio sulle origini della violenza, per poter in seguito sviluppare soluzioni ai problemi di salute mentale della nazione.

Quello che viene riportato nel suo blog è un decalogo per insegnanti con cui Jenkins ha lavorato. Jenkins si chiede perchè la violenza sia così presente nella nostra cultura popolare. Perchè lo è sempre stata, in differenti contesti e in tutte le epoche, dalla favola di Hansel e Gretel, ai poemi omerici, dalle opere di Shakespeare fino a dipinti come Il ratto delle Sabine, senza dimenticare i martirii dei santi dell’agiografia cristiana. La rappresentazione della violenza è fondamentale negli esempi citati perché il conflitto e l’aggressione sono aspetti fondanti dell’esperienza umana. La violenza è stata inclusa nel racconto perché propedeutica ad una lezione morale e perché questa fosse più memorabile.

Attraverso una serie di esercizi da fare in classe con gli studenti, partendo da opere come Moby Dick fino ad arrivare, passando per i Westerns, a Tarantino e oltre, il prof. Jenkins fornisce gli strumenti critici per comprendere la rappresentazione della violenza nei romanzi, nei film, nell’arte in genere. E così facendo non crea altro che gli anticorpi necessari per quelle giovani generazioni sempre più esposte a comportamenti violenti nella vita reale, non davanti allo schermo di un cinema o di un videogame.

Qui TEN CRITICAL QUESTIONS TO ASK ABOUT FICTIONAL REPRESENTATIONS OF VIOLENCE

A proposito di “crazy fan” si veda anche la reazione ai fatti di Aurora della Harry Potter Alliance, una delle comunità di fan più seguite negli Stati Uniti e che fanno del fan-activism la leva per progetti sociali nel mondo reale, costruendo parallelismi tra i protagonisti e le storie contenute nella saga del maghetto più famoso del mondo e azioni concrete. Una su tutte, creare biblioteche e progetti di alfabetizzazione in zone disagiate e ad alto tasso di abbandono scolastico, tanto negli Usa quanto in paesi del Terzo Mondo.

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