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Archivio mensile:giugno 2012

Ho rincorso Henry Jenkins questo mese nelle tappe italiane delle sue conferenze sul transmedia e finalmente ho potuto ascoltarlo al Dams di Bologna il 27 giugno.

Il suo intervento non ha tradito le mie aspettative ed è stato illuminante rispetto al significato del termine transmedia, con cui intende un processo narrativo in cui gli elementi di una storia si disperdono sistematicamente su più media con il preciso intento di creare un’esperienza unitaria e coordinata. Idealmente, ogni media dona il suo contributo allo sviluppo di una storia.

Altra riflessione interessante è emersa a seguito di una domanda del pubblico sul confronto tra interattività e partecipazione, dove la prima si riferisce comunque a processi pre-definiti e controllati dall’industria dei media, mentre alla seconda appartiene un reale coinvolgimento del pubblico, che si appropria di un contenuto, lo fa suo, lo remixa e lo restituisce modificato e arricchito.

Se volete approfondire leggete il bel compendio che ha fatto della conferenza Wu Ming 1 [qui]

Dal loro sito è possibile ascoltare anche l’audio integrale della conferenza e le Q&A.

Se volete conoscere meglio le tesi di Jenkins questo é il suo blog.

Dal mio blog potete leggere una sintesi (perdonate la traduzione forse in alcuni passaggi un pò letterale) delle tesi contenute nel suo nuovo libro in uscita il prossimo autunno Spreadable Media: creating meaning and value in a networked society [qui]

L’intervento integrale e in lingua originale è invece disponibile qui: http://henryjenkins.org/2009/02/if_it_doesnt_spread_its_dead_p.html/

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La citazione è il titolo di un libro di John Berger, scrittore, giornalista, poeta e altro ancora, una delle figure di spicco della cultura europea contemporanea.

Ma quello che sicuramente riesce meglio a Berger è il raccontare storie, come in questo libro bellissimo in cui sotto varie forme unisce frammenti di vita, le piccole cose quotidiane e lo stupore del mondo, sotto la lente di un diario intimo che parla di “noi”.

E a Berger ho pensato immediatamente appena ho iniziato ad esplorare Cowbird, l’ultima opera per il web di Jonathan Harris, artista digitale che ha fatto già parlare di sé per altre opere, esposte al MoMA e al Centre Pompidou.

Ne parlo in quest’articolo su Ninja Marketing con cui ho iniziato di recente una collaborazione alla sezione Life per scrivere di cinema, cultura digitale e transmedia.

Sono ancora in compagnia di Anna Nevander (Kore film and transmedia), in una fredda sera di febbraio a Torino, quando dopo aver parlato del suo impegno al Fipa, mi racconta come si è avvicinata al transmedia, termine con il quale non intende il poter declinare una storia su più piattaforme, bensì le infinite possibilità di parlare di un tema, affrontarlo da diversi punti di vista, offrire al pubblico interessato, modi e prospettive differenti. E quindi coinvolgerlo, spingerlo a raccontarsi, a entrare a far parte di un processo.

E lei, attrice di cinema, oltre che cantante lirica e produttrice, non poteva che iniziare con la recitazione. Con un gruppo di amiche attrici decide un giorno di mettere in piedi uno spettacolo, partendo da una sceneggiatura molto semplice che pian piano, proposta al pubblico, assume i contorni dell’improvvisazione: una farsa su Facebook, luogo che a questo genere si presta perfettamente.

La piéce si chiama  Älskar Älskar Inte, M’ama non m’ama in italiano. La tramasi dipana tra le bacheche di tre buffi quanto stereotipati personaggi, Bella una segretaria con la mania della moda e che vorrebbe essere una popstar , Clark il suo fidanzato, un investigatore privato di poco talento nel lavoro ma che riscuote successo con le donne ed infine Elizabeth, il capo di entrambi, un’avvocatessa senza scrupoli della nobiltà svedese, sprezzante nei confronti di chiunque non appartenga al suo stesso rango sociale.

Clark e Bella si incontrano e si conoscono negli uffici di Elizabeth. Dopo una breve ma intensa relazione, l’investigatore molla Bella semplicemente alterando il suo status in bacheca, da “impegnato” a “single”. La ragazza non regge il brutto colpo e decide di sparire per un po’, ma sebbene si allontani fisicamente da lui, pretende di essere una presenza costante nella sua vita tramite i post sulla sua bacheca. La farsa si tinge di giallo quando Bella non si presenta più al lavoro in coincidenza con la scomparsa di 10 milioni di corone di proprietà della società di Elizabeth.

Come nelle più classiche delle storie, il potente di turno sospetta della persona a lei più vicina, la segretaria, e approfitta del debole che l’investigatore/dipendente nutre nei suoi confronti, per spedirlo alla ricerca della donna che lui non vuole più. Lui per conquistare la sua nuova “bella” deve in-seguire la ex fidanzata (che finge di essere in viaggio ma è comodamente seduta davanti allo schermo del pc di casa sua). Clark attraversa l’Europa lasciando tracce in post, aggiornamenti di stato, pubblicando foto e video del suo itinerario, colleziona flirt e spera di ritrovare Bella, la quale dal suo wall finge di essere a fianco di un misterioso e seducente sudamericano.

Lo spettacolo si svolge nell’arco temporale di 15 giorni, con precisi appuntamenti per il pubblico di Facebook tre volte al giorno. Bella, Elizabeth e Clark aggiornano il loro stato interagendo con i commenti del pubblico. Sulle loro bacheche si leggono le puntate di questa soap/commedia a cui gli “amici” (circa un centinaio di persone hanno partecipato all’esperimento) sono chiamati a partecipare. C’è chi si affeziona ad un personaggio particolare e a suon di “like” lo incoraggia, commenta e condivide con lui stati d’animo e persino link da you tube di canzoni che ne amplificano gli stati d’animo.

Un po’ farsa, un po’ soap, sfacciatamente fake, M’ama non m’ama attinge alla tradizione dell’improvvisazione teatrale. Le attrici pur conoscendo i temi e le caratteristiche della storia, sono continuamente esposte all’interazione con il pubblico che immediatamente reagisce ai loro post e ne condiziona lo sviluppo.

E in questo continuo match di creatività e rapidità di risposte, Facebook si erge a ruolo di “arbitro” o meglio di “presentatore” lungo tutto il corso dello spettacolo, facendo da collante tra le attrici e il pubblico. Entrambi nascosti dietro le proprie bacheche a casa, indossano una doppia maschera, sono due volte attori e due volte pubblico.

M’ama non m’ama fa così il verso al popolo dei social network, cioè a noi tutti, e ci impone di pensare alla nostra “second life” sulla rete, in cui è sicuramente presente una buona dose di teatralità mista in certi casi a smisurata vanità. Chi siamo oggi e chi eravamo prima di Facebook e dei social network ?

Sul web è ormai cambiato il concetto di identità. Non esistono più identità rigide né dispositivi di identificazione , o per lo meno e forse per poco, è ancora così. Tanto vale approfittarne e giocarci.