Una storia a 360° gradi: Out of my window/Highrise di Katerina Cizek

Raccontare una storia sul web, farlo con le caratteristiche del documentario, superare il limite del semplice sito internet potenziato con dei video, ma renderlo un esperimento cinematografico, in cui c’è una narrazione (lineare o no, interattiva o meno), una fotografia, una scelta stilistica, una cura del suono.

E poi c’è il pubblico naturalmente, invitato e sollecitato a vivere un’esperienza da condividere attraverso la rete, sfruttando le potenzialità dei social media e la loro forza di arrivare ad un numero di persone il più ampio possibile.

Questo è quello che si chiama un web-documentario e al momento (e speriamo ancora per molto) non esistono regole comuni a cui attenersi per realizzarli. E’ difficile iscriverli alla categoria del web-giornalismo o dell’arte digitale. E’ dura anche produrli e finanziarli.

Per fortuna esistono realtà come il National Film Board of Canada che da sempre investe in ricerca e sperimentazione nel campo del cinema e dell’audiovisivo più in generale (come non ricordare il lavoro di Norman McLaren) e che da qualche anno ha deciso di rischiare ed aprirsi a nuove possibilità narrative, contemplando l’uso della rete e cercando di andare oltre i tradizionali circuiti cinematografici.

Il NFB non è l’unica istituzione interessata al genere, ma come avrò occasione di postare in seguito, tanti sono i festival, le case di produzione e di distribuzione che si stanno avvicinando a questi nuovi formati, per non dimenticare ovviamente i lab di Google e Facebook.

Dalla gallery del NFB ho scelto il progetto Highrise/Out of my window di Katerina Cizek, parte di un progetto più ampio dedicato ai palazzi dormitorio che affollano le periferie delle città di tutto il mondo. Se penso all’Italia mi viene in mente il Corviale a Roma.

Il suo è un viaggio alla scoperta dell’umanità che li abita, 90 minuti di testimonianze, 49 storie per 13 città. All’autrice interessa raccontare la vita dei singoli personaggi in funzione dell’ambiente circostante. Entrare nelle loro case significa essere introdotti in un mondo più grande. Gli oggetti e gli interni diventano le porte attraverso cui passare ad un livello più profondo del racconto. Sono storie di povertà, di emigrazione, di adattamento alla globalizzazione, di resistenza quotidiana.

Spesso questi luoghi sono contenitori di esperienze artistiche. Non capita di rado di incontrare musicisti, pittori, artisti di varie discipline. Da qui è nata l’idea di una playlist selezionabile dall’utente durante la navigazione del webdoc che contiene la musica e i suoni raccolti in giro per i palazzoni di mezzo mondo.

Così, se sei a Beirut ti può capitare di ascoltare l’improvvisazione che Mazen, fumettista e musicista, ha realizzato durante i bombardamenti degli Hezbollah nel 2006, suonando la tromba dalla sua finestra con il sottofondo dei tonfi delle bombe.

A Phnom Penh in Cambogia i palazzi sono ancora in costruzione ma hanno già i primi inquilini, gli stessi operai che in cambio di una bassa paga, di acqua corrente ed elettricità, accettano di vivere nel cantiere durante la sua realizzazione. Sono per lo più contadini che non riescono a sopravvivere di agricoltura e dedicano parte dell’anno ad un secondo lavoro migrando verso le grandi città. Il suono che li accompagna è quello delle risate di chi cerca di sdrammatizzare un’esistenza precaria e dolorosa con la condivisione della fatica e di una vita di comunità quando nel cantiere si fermano i lavori. Spostando lo sguardo verso l’esterno sono i sogni di Tola a parlare, il desiderio di un’istruzione migliore, il miraggio del turismo come soluzione per la crescita del Paese. Gli strani abitanti di un mondo “in costruzione” sorridono al pensiero di essere i primi ad abitare luoghi destinati ad occidentali o a coreani, i grossi investitori in Cambogia.

Le altre storie sono state raccolte a Toronto, Montreal, Chicago, San Paolo, Amsterdam, Praga, Istanbul, Johannesburg, Bangalore, Tainan e L’Havana. Si tratta di un progetto collaborativo che ha coinvolto attivisti, giornalisti e filmmaker delle varie città contattati via Skype, facebook e e-mail e che hanno contribuito a costituire dei mini team di lavoro per ogni location.

A livello visivo il visitatore si trova davanti alla possibilità di esplorare uno spazio a 360°, muovendo il mouse o usando le frecce di navigazione in tutte le direzioni. L’interfaccia è un insieme di foto e video, quasi fosse una scenografia espressionista. Ci si muove passando velocemente dall’esterno all’interno, esplorando luoghi intimi e viste a volo d’uccello sul quartiere, osservato da dietro le finestre dei singoli appartamenti.

La navigazione avviene in tre modalità: selezionando un appartamento di un immaginario palazzone costituito dai singoli moduli abitativi documentati città per città, o attraverso una barra di navigazione che è una galleria di ritratti dei personaggi. In alto emerge automaticamente una mappa del mondo in cui sono messi in evidenza i centri urbani.

Dal punto di vista tecnologico sono stati usati dei plug-in 3D di Flash, come Papervision e una tecnica di ripresa video interattiva a 360°.

Il progetto contiene infine due sezioni partecipative e rivolte all’esterno:

Participate che raccoglie scatti e testimonianze di vita da tutti gli highrise del mondo filtrati per gradazioni cromatiche, tematiche organizzate in forma di tag cloud, e rimaneggiati dall’artista assegnando loro una forma di finestra da apporre sulla foto, come una gallery di vedute immaginarie.

L’altra è rivolta invece alle scuole e ad attività educative. E’ possibile scaricare un programma per gli insegnanti relativo alle città dell’Havana, San Paolo, Phnom Pehn e Toronto. Sono descritte attività preparatorie alla visione e possibili approfondimenti su argomenti come l’urbanizzazione, problematiche ambientali, culturali e storiche.

A testimonianza dell’interesse dimostrato nei confronti di questi progetti vorrei riportare un interessante articolo di Caspar Sonnen, curatore all’Idfa Doc Lab ed esperto di webdocs, pubblicato sul blog Xtrans:

Unlike existing media industries, the internet doesn’t care about 52 minute timeslots, language borders (always make an English version!) or fixed themes. So, once you’ve found the right partners to explore these uncharted digital territories with, all you have to do this:
Go out there and tell your great story/stories perfectly, make sure it looks awesome and that it feels like something nobody has ever seen before. And rest assured, if we select it for IDFA DocLab, you still get to premiere it on a big screen in front of a paying audience.”

Un augurio incoraggiante a seguire strade non convenzionali.

Out of my window ha vinto IDFA Doc lab digital storytelling, nel 2011 ha ricevuto una nomination per l’lnternational Webby Award nella categoria non fiction e la nomination all Webby Award per la miglior fotografia nella categoria website. Ha vinto il New Media Award nella competition One World Media Awards. Fa parte del progetto Highrise, un lavoro pluriennale che coinvolge media differenti, un esperimento di documentario collaborativo sull’esperienza dell’abitare in sobborghi verticali.

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